La resistenza delle donne

Chi si trovasse in questi giorni a Catania avrebbe più di un buon motivo per assistere allo spettacolo con cui il Teatro Stabile della città inaugura la nuova stagione. La prima è che ci si trova di fronte a una messinscena coraggiosa per scelta linguistica e necessaria per implicazioni etico-sociali. La si deve a Laura Sicignano che dà voci e volti a un testo – Donne in guerra – scritto insieme ad Alessandra Vannucci, che arriva allo spettatore come un uppercut da cui è complicato riprendersi perché ti lievita dentro e ti “disturba” (come dovrebbe sempre fare il teatro) costringendoti a pensare anche a distanza di giorni.

Era da molto tempo che non mi capitava di emozionarmi fino alle lacrime; col cinema mi succede facilmente, ma il palcoscenico raramente mi ha riservato tanto intenso coinvolgimento. E qui sta la seconda ragione per cui val la pena recarsi alla sala Verga, ripensata e trasformata al punto che gli spettatori catanesi, almeno quelli affezionati, faranno fatica a riconoscerla: non è solo la bravura delle sei attrici, ma il ruolo che riveste un settimo protagonista, il pubblico, senza il quale l’opera si svuoterebbe di tensione. Se si è ormai avvezzi al concetto della caduta della quarta parete, bisogna tener presente che in questo spettacolo le pareti non ci sono proprio, ma ci si trova coinvolti, in qualche momento proprio da personaggi, in una situazione per così dire immersiva che dilata e acuisce l’attenzione e gli effetti patèmici. Sarà che dopo il lockdown si sente l’estremo bisogno di tornare a guardarsi negli occhi, la necessità di riprendere persino con la finzione un contatto reale, fisico, sta di fatto che sentire nelle narici la stessa polvere che respirano gli attori in scena dà quasi l’ebbrezza e il sollievo di una vera e propria liberazione.

Non dimenticar le mie parole: l’ammonimento affidato alla canzonetta resa famosa nel ’37 da Emilio Livi col Trio Lescano e che risuona fino alla fine dello spettacolo, ma in una tonalità antifrastica rispetto alla solarità del contenuto, ci avverte dell’inevitabilità di prestare attenzione ai tormenti e alle pene raccontate che non sono d’amore, ma vere e proprie tragedie esistenziali. A dominare lo spazio è un binario ferroviario che si eleva a metafora di una traiettoria che è quella della memoria, della Storia e che a un tempo sembra evocare quello che ebbe per mèta l’inferno concentrazionario di Auschwitz dentro cui si inabissò il genere umano. Ma è un binario morto, come a dire che su quella pagina che racconta l’estate del ’44, in cui si collocano cronologicamente le esistenze dei personaggi, non sembra ancora possibile mettere un punto che metta fine a un periodare reso contorto e confuso da steccati ideologici. Sulla rotta di quel voyage au bout de la nuit incedono le donne per le quali andare in guerra non significò certo combattere al fronte, ma resistere a casa, in fabbrica, tra i boschi e nelle strade della lotta clandestina e partigiana, contro la violenza degli stupri, la violenza della miseria, la violenza delle torture, la violenza della negazione di ogni elementare dignità. Un’altra Resistenza, dunque, che da decenni esige conciliazione, che trasmetta la consapevolezza che era “alla guerra che si doveva far guerra”, come dice in un momento dello spettacolo l’operaia. Perché nella guerra è la stessa natura umana ad essere vittima, a lasciarci nudi, esposti e restituiti al comune di destino di morte, e a suggerirlo è il raggelante quadro finale della trama.

Sei donne in scena, dunque, e dico donne anziché attrici perché l’efficacia della regia sta proprio nella scelta di renderle convincenti come tipi, non tanto esaltandone la tecnica recitativa, ma de-teatralizzandole e caricandole di tutta l’umanità e il doloroso destino che individualmente rappresentano.

Barbara Giordano, Isabella Giacobbe, Leda Kreider, Carmen Panarello, Federica Carrubba Toscano ed Egle Doria – tutte bravissime – non recitano rispettivamente i ruoli di una staffetta partigiana, un’innocente e candida ragazza traumatizzata in modo irreversibile da una violenza, la figlia di un comunista che finirà repubblichina, una signora della borghesia medio-alta fedele al regime, una casalinga che entrerà in fabbrica, una contadina-levatrice, ma diventano esse stesse i caratteri le cui sorti e vicende si snodano sul filo dei loro racconti – e sono testimonianze autentiche, tratte da lettere e memorie di individui ai margini della storiografia sulla guerra civile dopo l’armistizio. Il punto di vista tutto femminile non è tanto o solo rivendicazione di una lettura storica di genere. Le donne, in quanto generatrici di vita, rappresentano l’anello primario di congiunzione con la natura, con l’ancestralità, il sacro nella sua espressione rituale, il loro corpo è memoria stessa della nostra identità e garanzia primaria della sopravvivenza del genere umano. Per questo meglio e più degli uomini sarebbe stata delegata la missione di ricostruire una normalità in un momento in cui di normale non era rimasto proprio nulla.

N.b.: lo spettacolo non è una novità assoluta, ma torna in scena dopo aver raccolto una menzione al Premio Ubu, il Premio Fersen 2015 per la regia e il Premio internazionale Les Eurotopiques 2014. Qualcosa questa nota in margine può pure significare.

“I would prefer not to”: essere senza avere

Più passa il tempo più mi rendo conto di assomigliare agli eroi della rinuncia che mi sono scelto, quelli di cui leggo in una plaquette di Carlo Ossola del 2011 che, col titolo En pure pert. Le renoncemment et le gratuit, raccoglieva le lezioni del corso Comment vivre ensemble tenuto nell’anno accademico 1976-77 al Collège de France. Sulla scena perimetrata dal filologo avanzano i campioni della Gelassenheit, dell’abbandono, dello sciogliersi dalle convenzioni del sé: dal Rudin di Turgenev al Bartleby di Melville, dalla Félicité di Flaubert al Pagnka di Leskov, dall’Oblomov di Goncarov al principe Myskin di Dostoevskij, dal Minetti di Thomas Bernhard al Don Giovanni di Peter Handke poiché il  fuoco tematico è la nudità della rinuncia messa di fronte all’accumulo della conquista. Sono loro i campioni dell’esilio da sé, delle virtù ‘passive’ come il dépouillement, il distacco, l’abbandono: una letteraria «società della stanchezza», replica di quella reale presa in esame, prima di Ossola, dal filosofo sudcoreano Byung-Chul Han che, in un saggio che porta questo titolo, ha studiato le nevrosi dell’individuo ossessionato dal mito dell’iperattività, dalla bulimia del possesso, dalla frenesia del godere di tutto, nell’odierna società della competizione incapace di gestire la “negatività” dell’esperienza.

Una costellazione letteraria di antieroi «senza qualità» che si definiscono per sottrazione, di “negati” che all’attivismo ulissistico oppongono l’attesa, la desistenza, il rifiuto, la retraite, il distacco, il ritegno che già Roland Barthes aveva definito nei termini della déprise cioè del «lasciarsi andare, dentro di sé, al riposo da sé», del fare vuoto e silenzio all’interno e all’intorno. Il critico francese aveva definito mirabilmente questa «disoccupazione di spazi» come peregrinatio instabilitate (un «esiliarsi restando lì»), un ‘derealizzarci’ togliendoci dalle cose e restituendoci al possibile, all’assenza, al lontano: non conta l’événement, l’accadimento, ma l’avènement, ciò che viene verso di noi, la meraviglia del non appartenerci più. La «pura perdita» è tale soltanto se essa conserva memoria non già dell’orgoglio del “privarsi”, ma della purezza di questo cancellarsi senza traccia.

27390794._SX540_Forse perché deluso dalla realtà, torno così a frequentare in questi giorni il Bernardo Soares del Libro dell’inquietudine di Pessoa, l’inquieto rêveur di Rua dos Douradores che mi ha affiancato a lungo nella mia giovinezza, «senza difese come orfano, volontario escluso dagli altri e dalla vita, sognatore di tutti i sogni, soprattutto di quelli improbabili». E immagino di andarci a passeggio, magari passando a prendere lo scrivano Bartleby di Melville la cui gloria è tutta nella frase “I would prefer not to” che iscriverei volentieri come epigrafe alla mia vita, la cui eroica passività è la più alta forma di resistenza. Il copista Bartleby: l’inquilino di una voragine che è quella della possibilità, per cui non conta quello che vuoi o che devi, ma quello che potresti perché la potenza non è la volontà e l’impotenza non è la necessità