Don Abbondio premier e il Parlamento Kāma Sūtra

Sedici mesi di cronaca politica italiana ci hanno offerto una tale varietà di posizioni politiche probabili e improbabili, ipotetiche e possibili che più che a un Parlamento siamo di fronte a una rivisitazione triste del Kāma Sūtra. Oggi, la nascita di un nuovo movimento denominato “Italia viva” non aiuta a organizzare l’orgia e a semplificare il quadro complessivo. Anzi. Me lo rende semmai più inquietante, anche per quell’aggettivo – viva – che non poco diffidenza mi suscita quando lo vedo declinato in frasi del tipo “El Che vive”

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e che mi fa pensare sempre al fatto che il soggetto in questione è sicuramente morto e con lui le idee che aveva incarnato.

Da qualsiasi punto di osservazione si decida di osservare la situazione, la sensazione insopprimibile è che l’eventuale (e in pratica improbabilissimo) vantaggio consista tutt’al più nel mantenimento dello status quo e che sia impossibile poterne trarre profitto.

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Come nel gioco delle tre carte in cui c’è un conduttore del gioco (Conte, non a caso un avvocato – un azzeccarbugli, in dialetto milanese zaccagarbùj cioè, letteralmente, uno “scioglitore di nodi” – che indossa però la tonaca di Don Abbondio), due finti sfidanti (Di Maio e Zingaretti) e due “pali” (Renzi e Grillo) che si posizionano in un’area strategica, in modo da poter avvisare i complici dell’arrivo delle forze dell’ordine (Salvini, se solo questi avesse una familiarità anche larvale col senso dell’ordine).

Non so in quale altro Paese dell’Occidente civilizzato sarebbe possibile una concezione tanto creativa della politica, la capacità di trarre il meno peggio dal peggio. Fatto è che, in Italia, tutto ciò è possibile per una genetica capacità di assuefazione degli italiani all’ingovernabilità.

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Lo aveva capito già Leonardo Sciascia nel 1979, al termine della propria esperienza parlamentare, quando dichiarava che «in realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare».

Ma tutto ciò non può stupire nessun italiano che abbia fatto lezione del romanzo più italiano che sia mai stato scritto, anzi: il Romanzo dell’Italia, per eccellenza, se solo si tiene a mente la lezione dei Promessi sposi, libro che ogni studente ha odiato, in quanto lettura obbligatoria ma che, anche odiandolo, ha inconsapevolmente metabolizzato facendo del suo unico vincitore – Don Abbondio – la metafora stessa della propria identità e delle vicende che racconta l’altro elemento di modernità che lo distingue e cioè l’essere il modello di un’indagine morale degli italiani.

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È in un saggio di Cruciverba su Goethe e Manzoni che Sciascia ci dice come, già dalla sua prima lettura dei Promessi sposi, si fosse radicata in lui la convinzione che «il protagonista ne fosse don Abbondio, personaggio perfettamente refrattario alla Grazia e che della Provvidenza si considerava creditore». Sul filo di queste meditazioni, lo sosteneva il ricordo della lettura di un’opera del 1933 intitolata Il sistema di Don Abbondio, a suo dire «la migliore introduzione alla lettura dei Promessi sposi», opera del salernitano Angelandrea Zottoli, singolare figura di critico pressoché dimenticato, ma che varrebbe la pena di rileggere, la sua irregolarità essendo forse proprio l’elemento che lo rendeva ancor più interessante agli occhi di Sciascia.

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Ma già in un saggio di Zottoli dal titolo Umili e potenti nella poetica di Manzoni don Abbondio appariva come l’uomo della morale utilitaristica, la stessa che Manzoni aveva avversato nelle Osservazioni sulla morale cattolica, l’incarnazione cioè di un «sistema» con cui il personaggio del curato finisce per identificare il paradigma dell’italiano peggiore, menefreghista di fronte alle più palesi iniquità. Tetragono alle sofferenze di Renzo e Lucia e ai rimproveri del Cardinale Borromeo, è lui a risultare il vero vincitore, dopo la morte di padre Cristoforo, nel finale dell’opera. È lui a dominare, «con la sua gioia scomposta per la morte di Don Rodrigo, con la sua morale dell’onestà cauta e passiva» – per dirla anche con l’Ezio Raimondi del celebre saggio Il romanzo senza idillio. Insomma, Don Abbondio – ribadisce Sciascia – «è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”» (e questo legare il «lieto fine» al più cinico dei personaggi dei Promessi sposi, dice di come egli non consideri il romanzo un’edificante metafora, bensì «un disperato ritratto dell’Italia» del Seicento, dei tempi dell’autore e dei nostri giorni.

Un «sistema», dunque, quello del pavido don Abbondio, che regola la sua esistenza, estendendosi al contempo a quella di una società, «un sistema di servitù volontaria», chiarisce meglio Sciascia, “non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia Spagnola del secolo XVII. […] L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con il personaggio manzoniano alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano…”.

Per Sciascia è l’altra variabile di quell’idea della Storia come perpetuazione di trasformismi di varia natura e nefasti privilegi di casta, di una società in cui i confini del grande gioco di interessi tra poteri forti sfuma in un unico corrosivo e indecifrabile magma.

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Quel nodo inestricabile di compromissioni e corresponsabilità lo scrittore siciliano lo descrive ottimamente alla fine del Contesto quando parla di «un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava. […] potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa». E che si occulta, s’interra, s’ingrotta anche nel suo rovescio che dovrebbe essere nobile, cioè l’antimafia, diventando così il paravento degli eterni «eroi della sesta», come li definì Sciascia, che è l’espressione con cui i milanesi ribattezzarono, dopo le famose «cinque giornate» del 1848, le persone dedite a quel coraggio che non costa nulla. L’espressione era stata usata in un saggio – La sesta giornata – che spiega come in Italia, nonostante una coerente linea di letteratura civile che da Dante conduca a Carducci, attraverso Alfieri e Foscolo, non ci sia stata una vera «poetica della Resistenza» che altrove, in Spagna per esempio, fu risvegliata anche attraverso episodi come la fucilazione di Federico Garcia Lorca, prova del fatto che «ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Da noi prevalse invece la confusione tra Fascismo e Patria, l’emulazione dell’ozioso e pavido don Abbondio come archetipo dell’italianità, che ha sempre fatto intonare ai connazionali la «poesia della sesta giornata», di coloro cioè che sono pronti ad affrontare le barricate, armati e incoccardati, quando ormai tutto è finito.

Italia e italiani da fare, dunque, da sempre e a dispetto dell’auspicio di Massimo D’Azeglio, giacché né il Risorgimento prima né la Resistenza poi sono state occasioni di una svolta radicale per la nazione e di un’epocale assunzione di responsabilità ancorata nei suoi costumi e nella sua cultura a quel paradigma umano che Manzoni aveva indicato come il precipitato dei nostri vizi, della metastorica vocazione al perseguimento del “particulare”, da ottenere per il tramite di un ceto dirigente cronicamente trasformista. A mio modo di vedere, perciò, è proprio la somma dei vizi e degli anti-valori di cui Manzoni sovraccarica la figura di Don Abbondio, unico personaggio a non conoscere la palingenesi di una metamorfosi morale e a non conoscere redenzione per via della morte (come accade invece a don Rodrigo e al Griso) a fargli conferire dall’autore (intenzionalmente?) un valore paradigmatico che fa di lui non solo un modello di anti-religioso per eccellenza, ma anche, alla vigilia dell’Unità d’Italia, il paradigma di un’italianità da scongiurare e da esorcizzare, il portatore di «una vera e propria visione del mondo, che ha una precisa connotazione di classe […] la prospettiva tipica del piccolo borghese, dell’uomo d’ordine, a cui ripugna ogni eccesso e ogni trasgressione, che rifiuta ogni forma di eccezionalità, positiva o negativa che sia, in nome di ciò che è comune e normale, eretto a valore supremo e a criterio universale di giudizio».

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Una maschera universale che appartiene, come scrisse Giorgio Manganelli, al «monotono eterno dell’esistenza» ma anche profondamente italiana, catalizzata nella sua controfigura più emblematica, quella di Alberto Sordi, epitome dell’italiano medio conformista e pusillanime, familista e mammone, opportunista e voltagabbana, messa a fuoco grazie soprattutto al programma televisivo che andò in onda con successo tra il 1979 e il 1986 e che emblematicamente s’intitolava Storia di un italiano. Esso produsse il risultato di elevare non solo la fiction al rango di documento, ma di promuovere quella maschera a simbolo di un italiano a cui si può perdonare ogni vizio, in virtù della sua carica umoristica, come sottolinea Italo Calvino in Autobiografia di uno spettatore, quando afferma che «più la caricatura dei nostri comportamenti sociali vuol essere spietata, più si dimostra compiaciuta e indulgente» senza riuscire perciò ad essere veicolo di una critica sociale radicale.

Pupi e paladini

Il dittatore dello stato libero di Bananas sbarca in Sicilia, tra Taormina e Siracusa. Trova porti aperti, anzi spalancati, ma ad attenderlo ci sono siciliani incazzati che, all’esibizione delle sue tronfie e ipocrite pose da conquistador, preferiscono lo sberleffo di chi non ha dimenticato come, non molto tempo fa, il pupo padano avesse auspicato per loro igieniche abluzioni nella lava dell’Etna.

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E reagiscono. Nel modo che più è loro congeniale. Col furore e col riso, gridando la loro rabbia senza però perdere mai il sanguigno senso dell’umorismo che li connota. Come quel ragazzo livido in volto che, sulla spiaggia di Letojanni gli urla contro “si fussi na palumma, ti cacassi nta testa” (trad.: se fossi una colomba, depositerei le mie deiezioni sul tuo capo) o quel vecchietto grondante di sudore che nella piazza Duomo di Catania lo apostrofa con un liberatorio “mi facisti peddiri na jurnata ‘i mari ppi mannariti affanculu” (trad.: mi hai rovinato una giornata che avrei potuto trascorrere coi miei cari, al sole, in riva al mare, costringendomi a venire fin qui per dirti tutto il mio bisogno di mandarti a far visita a quel paese dove il sole invece non batte).

C’è del disperato e dell’esilarante in questa attitudine tragicomica del siciliano, e non si capisce se non si conosce la maschera di un attore, quell’Angelo Musco musco 2in cui si era riflessa storicamente la faccia appassionata e un po’ convenzionale della Sicilia che era stata già del grande Giovanni Grasso. E con essa il retaggio dell’opera dei pupi in cui la povera gente proiettò per anni il proprio bisogno d’evasione da una realtà che non  appaga. Commedia e tragedia, dunque. L’anima del siciliano che si rivela sempre estrema e contraddittoria: ora servile Proteo che sopporta le ferite della Storia e dei regnanti, ora paladino che si riscatta attraverso il riso gioioso, rituale, isterico, che non ha nulla a che vedere con la comicità, ma sale dal basso, si oppone al «serio», come il riso di Aristofane o di Rabelais, di Shakespeare o di Gogol, ed esprime la protesta di coloro che non hanno voce. Diceva Pirandello, parlando di Verga, che “tutti i siciliani in fondo sono tristi perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita”, volendo significare che essi avvertono intensamente quel contrasto tra un animo naturalmente chiuso e diffidente e una Natura “intorno, aperta, chiara di sole”, che acceca fino a togliere la capacità di vedere rivelando in ogni gesto e in ogni parola un “dolore spesso disperato”. E nel senso del tragico dei siciliani si stratificano generazioni ribollenti di collere antigovernative, di disperati e astratti furori ma anche, purtroppo, di altrettanto repentine e umilianti sottomissioni. Un temperamento che sembrerebbe ardente e rivoluzionario (basti pensare ai Vespri e ai Fasci del ’39 o alla rivolta delle plebi oppresse di Bronte contro i galantuomini e i cappelli, di cui parla Verga in Libertà) ma continuamente smentito dalla Storia, dall’oppressione di un passato feudale e conformista, dal peccato originale di una vocazione reazionaria di cui non ci si è mai liberati.

Scriveva il siracusano Sebastiano Aglianò che è difficile incontrare in Sicilia personalità complete e riposanti, vale a dire uomini sicuri di una pace interiore, sicché anche l’umorismo siciliano ha qualcosa di nervoso o di amaro. I siciliani sono, infatti, da sempre avvezzi a un senso luttuoso dell’esistenza, ma fra il tragico e l’idillico, che sono i due veri poli dell’anima isolana, si insinua di tanto in tanto un temperato umorismo che facilmente si esaspera in grottesco e che raramente è derisione – e difatti il siciliano sa essere auto-ironico – piuttosto è espressione di benevolenza, percezione di armonia, sentimento di espansione vitale. Una siffatta implicazione vitalistica – cioè l’istinto insopprimibile di riaffermare, periodicamente e simbolicamente, il “principio del piacere” sul “principio della realtà”, unita allo spirito mistificatorio, alla spiccatissima vocazione teatrale del siciliano, spiega quel tanto di profano e di carnevalesco che affiora anche nelle manifestazioni più autentiche del sentimento religioso; IMG_8103aabasterebbe assistere almeno una volta a una processione di S. Agata o a un festino di S. Rosalia per rendersene conto. Quello stesso sentimento della vita, che certo non ignora la dimensione ludica e festiva, gioiosa e sensuale, quasi sempre nasconde, infine, un risvolto malinconico e acre, luttuoso e tragico: l’anima del tragidiaturi, vale a dire colui nel quale prevale la “scienza del peggio”, una visione delle cose risentita e perplessa e che ritorna, più o meno invariata, nei principali esponenti della letteratura isolana, da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa. Ma chi capì meglio il modo di esprimere la malinconica apatia e la solare seduzione di questa natura fu forse Nino Martoglio quando cercò di dar vita a un teatro diverso da quello portato in giro da Giovanni Grasso: non più drammi truculenti di gelosia e di sangue, ma opere originali in cui il comico si mescolasse col tragico e tutti gli aspetti della realtà fossero fedelmente riprodotti. Perché un’operazione del genere avesse successo occorreva un grande attore che con la voce, i gesti, la mimica del volto, fosse in grado di passare subitaneamen­te dalle lacrime al riso: e quest’attore fu appunto Angelo Musco.

Nella sua comicità, come scrisse Sciascia, c’era “come un margine di intraducibilità; un mar­gine che si restringe e quasi scompare […] per una eclatante vitalità, per il suo assommare e sintetizzare il comico della vita così come Giovanni Grasso, in un teatro di Odessa, parve al giovane Isaac Babel assommarne e sintetizzarne il tragico”.

Teorema (Di Maio – Ferradini)

Prendi un leghista digli che l’ami
Fatti servo o maggiordomo
Votagli leggi e approva mozioni
Di rubli ne intascherà per milioni
Fallo sempre sentire felice
Dagli il meglio del meglio che hai
Cerca di essere un tenero vice
Sii sempre presente, risolvigli i guai

E sta sicuro che ti lascerà
Chi è troppo amato amore non dà
E sta sicuro che ti lascerà
Chi meno ama è il più forte, si sa

Prendi un ministro trattalo male
Lascia che ti aspetti per ore
Non farti vivo e quando lo chiami
Fallo come fosse un favore
Fa sentire che è poco importante
Dosa bene amore e crudeltà
Cerca di essere un tenero partner
Ma senza governo nessuna pietà

E allora si vedrai che t’amerà
Chi è meno amato più amore ti dà
E allora si vedrai che t’amerà
Chi meno ama è il più forte, si sa

No caro amico non sono d’accordo
Parli da ministro ferito
Pezzo di pane lui se ne è andato
E tu non hai resistito
Non esistono leggi in amore
Basta essere quello che sei
Lascia aperta la porta del cuore
Vedrai che un partito
È già in cerca di te

Senza l’amore un vice che cos’è?
Su questo sarai d’accordo con me
Senza l’amore un vice che cos’è?
E questa l’unica legge che c’è

MATTEO IS THE NEW MACISTE

Agli inizi del Novecento, Gabriele D’Annunzio che in quanto a strategie mediatiche e d’immagine poteva dare lezioni a chiunque (e molto prima che esistessero corsi di laurea in Scienze della comunicazione e influencers da tastiera), s’inventò il personaggio di Maciste. Forte come Sansone, ma anche buono, egli era l’eroe che proteggeva l’umanità dai pericoli che possono arrivare da qualsiasi latitudine e longitudine e per questo se la doveva vedere con individui di ogni risma, riuscendo sempre a trionfare.

D’Annunzio da par suo aveva fiutato lo zeitgeist intuendo lo smodato bisogno che gli italiani hanno dell’uomo forte. E il cinema ne fece una maschera popolarissima a cui prestava il volto Bartolomeo Pagano, un ex camallo ligure

Bartolomeo Pagano nel ruolo di Maciste

(uno scaricatore di porto, insomma), che finì col rappresentare una sorta di creatura mitologica, un’icona di forza e giustizia, un uomo buono e possente (il nome deriva dal greco mékistos, superlativo di makròs-grande) protagonista di decine di film fortunatissimi in cui veniva messo di fronte alle prove più inverosimili e paradossali uscendone sempre vittorioso. Tanto paradossali da farlo diventare infine la parodia di sé stesso e, infatti, in una di queste pellicole se la deve vedere pure con Totò perdendoci inevitabilmente la faccia.

In modo straordinariamente più metamorfico del Leonard Zelig di Woody Allen, Maciste fu alternativamente – scorro i titoli di una ricca filmografia – alpino, atleta, medium, poliziotto, imperatore, gladiatori; fu alternativamente colto in parentesi in cui risultò “innamorato” e “salvato dalle acque”, in “vacanza” e “all’inferno”, “nelle miniere di re Salomone” e “nella valle dei guai”; se la dovette vedere con leoni e ciclopi, sceicchi e vampiri, mostri e tagliatori di teste. Una volta lottò pure col suo alter ego, Ercole, e una volta persino contro Zorro.

Ecco: provate a sostituire al nome di Maciste quello di Matteo e capirete da dove viene la smania di un ministro di indossare ossessivamente qualsiasi maschera e qualsiasi uniforme finendo col diventare la sua stessa caricatura.

Agli inizi del Novecento era D’Annunzio, oggi ci sono i  social media manager (come Luca Morisi, cervello della social beastleghista), i guru come Davide Casaleggio, gli addetti stampa come Rocco Casalino. E questo dovrebbe dare la misura, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto tragicamente ridicoli siano i nostri giorni. Se dovessimo immaginare il prossimo rebranding di Salvini, rimane solo la produzione seriale di pupazzi della Mattel per i nostri figli, piccoli uomini del domani. E allora via col commercio di bambolotti raffiguranti Matteo chef, Matteo guardia penitenziaria, Matteo poliziotto, Matteo pompiere, Matteo in costume da bagno, ecc. Esattamente com’è avvenuto per le collezioni di Barbie: Barbie sposa;  Barbie principessa; Barbie bikini; Barbie red carpet e così via.

Postilla: Bartolomeo Pagano, nonostante il fisico atletico, morì d’infarto forse a causa di un’alimentazione poco appropriata e molto ricca di grassi.

Intelligenti pauca.