Sanremo, Santa Cecilia e San Francesco: pregate (e cantate) per noi

Quando insegnavo al liceo, a un’ingenua domanda su chi fosse il santo protettore della musica mi sentii rispondere “San Remo”. Straniante, ma vero. Ma al di là della consapevolezza che potesse averne il malcapitato ragazzo che pensava davvero esistesse un “Remo” in odor di santità per meriti canori, io non ho mai capito lo stesso perché sia Santa Cecilia la patrona dei cantanti e non San Francesco. blanchard_jacques_-_saint_cecilia_-_17th_cMi si passi il cliché  rugiadoso e invertebrato  che faceva orrore anche a Gadda (“l’umile fante, come il poverello di Assisi e i marron glacés, sono adattissimi per il boudoir di certe signore. Io rispetto e venero il gran santo, ma, essendo io un retore, dico che la miseria a me mi fa paura”), ma poverello Francesco, davvero, che poteva vantare un curriculum più serio e documentabile, in questo campo, e che oggi potrebbe a buon diritto fregiarsi della qualifica di sommo rappresentante della volenterosa manovalanza sanremese che abbiamo visto sfilare sul palco dell’Ariston.

Vengo e mi spiego: al tempo dei primi discorsi per le sue colline, alcuni balordi lo avevano preso, picchiato e buttato in un borro innevato da cui lui uscì cantando. E cantando se ne sarebbe andato a predicare; e con grande successo, per di più, grazie al modo particolare di parlare alla folla. Predicava, infatti, in un volgare semplice e spontaneo e aiutandosi, proprio come farebbe uno showman, con i gesti, la mimica, il canto e la musica, con doti affabulatorie e maestrìa retorica. Le sue performances assomigliavano a musical, commedie religiose a metà tra la predica e lo spettacolo dei cantastorie.

Nel 1225, alla fine della sua vita, lieto di aver raggiunto la certezza di essersi guadagnato il paradiso attraverso le sofferenze, compose a sua consolazione e per edificazione del prossimo quella splendida lode cosmica che è il Cantico delle creature. Non solo le parole, ma anche una musica d’accompagnamento, se vogliamo prestar fede alla Leggenda perugina, e cominciò a istruire un gruppetto di frati perché andassero ‘in tournée’ a ricordare la salvezza di Cristo. Francesco non poteva farlo in prima persona e si figurò allora un altro modo per colpire l’immaginazione della folla: uno dei frati, di solito il più bravo a parlare in pubblico, esortava l’uditorio e subito dopo un coretto doveva intonare il cantico. Come “giullari di Dio” perché – diceva Francesco – i servi di Dio sono i suoi giullari che devono commuovere il cuore degli uomini ed elevarlo alla gioia spirituale. giullari_e_menestrelliIl Cantico di Frate Sole era la gioiosa risposta alla tetra concezione càtara di un mondo nel quale lo spirito era immiserito dal male e dalla materia. Inizialmente si chiudeva con la lode del creato, ma Francesco avrebbe aggiunto un’altra strofa dopo aver appreso che il vescovo e il podestà di Assisi si facevano la guerra a colpi di scomunica: «lodato si, mi Signore, per quelli che perdonano lo tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli che ‘l sosterranno in pace, ca da te, altissimo, sirano incoronati». E di nuovo progettò una sorta di spettacolo: dopo avere ottenuto che il vescovo, il podestà e la gente di Assisi si radunassero nello spiazzo interno del chiostro del palazzo episcopale, vi mandò i suoi frati perché cantassero davanti a quel pubblico il cantico, completato dalla strofa del perdono. E le parole, la melodia, le circostanze del componimento, commossero a tal punto i due contendenti che si chiesero reciprocamente scusa. Persino in punto di morte Francesco si fece cantare il cantico per farsi coraggio e trovò il modo di aggiungere ancora un’altra strofa dedicata alla morte.

Non basta ancora per affermare che Francesco dovrebbe essere laureato ad honorem santo protettore dei cantanti? Altro che Santa Cecilia. Del resto è la stessa canzone d’autore che affonda le proprie radici in quell’Italia affollata di comuni rivali, e in quel secolo – il Duecento – in cui gli italiani ritrovavano il loro genio a cominciare dalla poesia, anzi da una preghiera in volgare umbro, né provenzaleggiante né curiale né mondana:Cantico_delle_Creature.djvu la più bella preghiera che gli italiani posseggano, o bella almeno quanto il Pater noster perché risolta integralmente e totalmente nel suo contenuto, dal momento che la bellezza è nella vita stessa che canta. A differenza del Pater noster, infatti, non chiede, ma umilmente loda perché, come disse Hölderlin, la religione è gratitudine. La Magna Curia aveva dato all’Italia una poesia laica e lieve, l’Italia comunale creerà, con Francesco, la prima letteratura veramente grande d’Europa e al vertice di questa letteratura, di questa rivolta dello spirito che modella la parola e con essa contenuti ben più grandi delle grette vite comunali, si ergerà Dante che della canzone sarà il primo teorizzatore. Nel De vulgari eloquentia, la definisce: “un’opera compiuta di chi compone parole in armonia tra loro in vista di una modulazione musicale”. Ma che ne sanno – dico io – gli Stadio?

Peana per Sanremo (il festival)

Nonostante la banalità della sua annuale liturgia, mi piace Sanremo. E mi piacciono le canzonette. E ovviamente le canzoni d’autore, anche perché penso che proprio i cantautori di ogni tempo siano stati tra i pochi che abbiano saputo raccontare la poesia.

Sorprende me, per primo, il fatto di riuscire a ricordare esattamente tutto il testo dell’Avvelenata di Guccini o di 4 marzo ’43 di Dalla e pochissime poesie per intero, anche quelle che mi è capitato di spiegare decine di volte ai miei studenti. Mi rifiuto di imparare versi a memoria. Allo stesso modo mi spaventerebbe l’idea di un ragazzo che digerisse e sciorinasse le terzine di un intero canto della Divina Commedia, come mi lasciò affatto indifferente un professore del liceo che si compiaceva nel declamare Dante, senza però riuscire a far sentire la potenza della rime e delle immagini, la sua paura davanti al testo, il convincimento di essere arrivato davvero al Paradiso.

Ringrazio Petrarca, Leopardi e Saba, posso dirlo. Sono stati loro, infatti, a farmi approdare entusiasta e impudico alle canzonette. E mi dà un grande piacere ascoltarle ogni giorno mentre guido e chiedermi puntualmente quanto sottile sia il confine tra l’arte e la boiata pazzesca. Le canzoni assomigliano sempre a chi le ascolta, così come i libri assomigliano sempre a chi li legge. Lo spiega bene Truffaut in quella sequenza della Signora della porta accanto in cui fa dire a Mathilde-Fanny Ardant: mqdefault«Ascolto solo le canzoni d’a­more perché dicono la verità, più sono stupide più sono vere… e poi non sono stupide. Che dicono? Dicono “non devi lasciarmi”, “senza di te in me non c’è vita”, “senza di te io sono una casa vuo­ta”, “lascia che io divenga l’ombra della tua ombra” oppure “senza amore non siamo niente”». Il regista francese disse pure, in qualche intervista, non so dove, che quel film assomigliava a una canzone di Edith Piaf, era un po’ come Ne me quitte pas di Jacques Brel.

Vecchia questione quella del rapporto tra poesia e canzone. Mi piacerebbe un giorno dedicare un corso di letteratura italiana ai dintorni della letteratura. Chissà. Un corso sulle voci di Buscaglione e Conte, Tenco e De André, Springsteen e Tom Waits che sono riusciti a raccontare la loro epoca meglio di quanto facciano quei poeti che – loro sì – per dirla con il poetico (senza virgolette) Ligabue, “hanno perso le parole”. E questo perché la forza della musica “leggera” (sì, persino quella di Sanremo) è nel suo essere anche cultura orale. Come nell’incipit di Moby Dick («Chiamatemi Ismaele»), in cui Melville ci dice “guardate che non è solo roba scritta quella che leggerete, ma voce, racconto, respiro, invenzione senza fine”, la canzone è voce, voce che racconta versi, per questo cattura più della poesia (un mio ex alunno delle medie mi diceva: «prof, Dante non lo capisco, invece Vasco mi prende»). La poesia vuol essere rimasticata dalle parole di tutti e allora forse le inventeremmo o le scopriremmo una funzione. maxresdefaultChi ricorda Travis-De Niro in Taxi Driver (a proposito, il film ha compiuto proprio ieri quarant’anni)?
Ripeteva a memoria un intero elenco del telefono come un autistico. Eroico certo, ma profondamente malato, indurito, a un punto morto e senza speranza.

Io non me ne farò mai niente della letteratura che si perpetua uguale a se stessa. Io voglio che la poesia passi di bocca in bocca come le strofe di una canzonetta. Forse è per questo che i moderni vati sono le star della musica. E forse è giusto che sia così. I poeti avrebbero tanto da imparare ascoltando Sanremo, capirebbero che la parola può essere muffa (o «merda», come diceva Rimbaud della poesia) se non diventa corpo, fiato, spirito, sangue, se non si scioglie tra le dita quando cominciamo ad ascoltare le voci che si muovono sotto e dentro di essa. Proprio come succede con alcune canzoni che ci parlano, ci raccontano, ci mentono, ci recitano e recitando elaborano sogni, rappresentano il presente.