Chissà cosa avrebbe detto Pasolini…

45 anni da quel 2 novembre in cui perse la vita. E da allora almeno una volta l’anno mi chiedo ancora: chissà cosa avrebbe detto Pasolini su un tema o un altro dell’attualità? Una nostalgia che fa il paio solo con quella per Leonardo Sciascia. E quel che resta è invece poco più della sensazione di un opaco e indefinito disagio rispetto al quale gli odierni maître-à-penser, lungi dal saper ristabilire la logica di un intero quadro globale schizofrenico, sono ormai impotenti o, nella migliore delle ipotesi, inascoltati.

Debordante e animato da fervore pedagogico, accorato e profetico, Pasolini seppe assolvere, come pochi in un secolo, la missione intellettuale che consiste nel dare respiro e dignità epocale a una politica concepita come lotta tra “concezioni del mondo”. Complesso, certo, perchè umanamente  contradditorio, ma anche per altri motivi: l’ampiezza della produzione, peraltro legata strettamente al momento storico-sociale in cui fu concepita; la connotazione storico-geografica spesso determinata; la densità della scrittura in cui tutto è essenziale; il senso profetico della propria esistenza paragonabile forse solo a quello che secoli prima ebbe Dante Alighieri.

Proviamo a immaginare il suo destino operando una surrettizia interpolazione anagrafica, rimuovendo cioè tutto ciò che produsse nei suoi ultimi sette anni, prima di passare per le forche caudine di una persecuzione pubblica che avrebbe conosciuto il suo straziante e coerente epilogo nell’Idroscalo di Ostia. La sua morte sconcia ha preso il posto di Pasolini stesso, l’oggettività della sua morte, come scrive Sciascia a proposito dell’agonia del tolstojiano Ivan Il´ič, ha «un oggettività, per così dire, figurata» e aggiungo io, ottundente. Ha legittimato letture romanzate della sua personalità, finendo col deformarlo e travisarlo, ha consentito l’uso strumentale di pagine che, slegate dal contesto in cui furono prodotte, hanno finito con l’immiserire un sistema di pensiero complesso e  problematico, da valutare sempre e simultaneamente nella sincronia dei rapporti che agivano con la società e la cultura coeve e nella diacronia di quelli che ne disegnavano l’evoluzione, tanto in riferimento alla propria parabola artistica e intellettuale che in relazione allo sviluppo storico e sociale dell’Italia postunitaria. 

Proviamo a immaginare lo scrittore friulano scrostandogli di dosso quell’uniforme di scrittore dell’impurità, delle provocazioni sul fascismo degli antifascisti, dell’indistinzione fisica tra i giovani di destra e di sinistra, l’intellettuale cioè antirazionalista, isolato e polemico, degli ultimi anni. E chiediamoci oggi cosa ricorderemmo di lui senza tutto ciò. Critici come Giovanni Raboni ritenevano che Pasolini avesse nel tempo occupato stabilmente quel posto di poeta nazionale, di Vate, che dal Risorgimento in poi era stato appannaggio di Carducci prima e poi, con la complicità del fascismo, di D’Annunzio. Con la differenza, rispetto ai suoi predecessori, che nel suo caso a ritornare alla memoria non sono versi, ma frammenti di prosa giornalistica: il che potrebbe far pensare che a resistere sia il prosatore polemista piuttosto che il poeta. E questo è in gran parte vero, ma a condizione che si assuma anche la sua prosa giornalistica come una forma di letteratura, di giornalismo «di poesia», per riprendere il titolo di un suo saggio. Ed è un tipo di saggismo diverso da quello accademico, in cui il critico si impone l’obbligo di una mediazione discorsiva, parte dallo stesso assunto di sperimentalismo che lo contraddistingue anche quando usa altri linguaggi, passa dalla saggistica di Passione e ideologia (1960), in cui analizza sostanzialmente testi poetici, per approdare infine a una forma di saggismo globale che nasce dall’occasione, coniuga autobiografismo,  riflessioni su opere letterarie e osservazioni sui costumi sociali e culturali, con una cifra di moralismo pervasivo e intenso. Si pensi alla sua elegia funebre sulla fine dell’Italia preindustriale e delle culture contadine di tutto il mondo che è una modernissima invettiva apocalittica contro uno sviluppo che non diventa vero progresso, l’anticamera di un «nuovo fascismo» che, sotto la superficie innocua del consumismo, è diventato genocidio culturale di tutte le forme di vita umana precedente. E la terminologia che usa, ossessivamente ripetuta e abilmente variata, ha una fortissima carica lirica e mitizzante. Ciò ha dato ai suoi articoli una forza d’urto straordinaria che ha reso memorabili i suoi concetti-mito (l’omologazione; la mutazione antropologica; il genocidio culturale: il Palazzo). Sicché la forma del saggio sembra tornare, con lui, alle origini: riprende tutta la sua energia gestuale, teatrale, retorica, giudiziaria, riversa tutta la sua poesia di confessione e di rimpianto facendo degli articoli un punto culminante, riassuntivo, testamentario.

Sarà forse perché la poesia non gode oggi di grandi fortune o probabilmente perché ciò che resta di Pasolini è la sua statura di scrittore tragico, di profeta, di vox clamans da tempi calamitosi che, non a caso, visse gli anni del boom come un esilio, sognando, in odio ai miti del consumo, la radicale «alternativa» dell’Africa. Tuttavia che sia l’indimenticato artefice degli Scritti Corsari a venire in mente trasversalmente a chiunque se ne voglia appropriare può voler dire solamente che sono proprio tragici i tempi che viviamo. Dovremmo necessariamente dirci, invece, che Pasolini è tutto in quegli ultimi anni. È li che esplode la sua contradditorietà, la vocazione all’eresia e allo scandalo ed è, infatti, solo di quello che resta traccia nei giornali e nell’opinione pubblica: il polemista che usa le grandi armi della retorica e fa appello alla ragione; lo scrittore corsaro che conosce bene quello che accade al corpo vivo dell’Italia perché, a differenza dei suoi colleghi letterati, s’immerge con la sua carne, il sudore e il sangue nelle viscere di quella periferia in cui conoscerà la fine e l’inizio della sua seconda morte. Una seconda morte: quella che si è presentata camuffata subdolamente nelle forme di una costante beatificazione laica, che lo ha trasformato in un santino o un’icona, non diversi da quelli di Padre Pio o Giovanni Paolo II, per via di un riuso strumentale e indiscriminato che isola artificialmente elementi di una visione del mondo stratificata e naturaliter contraddit¬toria, per dare sostanza e autorevolezza a posi¬zioni politico-filosofiche incapa¬ci di averne autonomamente. La contraddizione, appunto, funziona come elemento di saldatura necessario e rigoroso con il mondo; se ne sono possono riconoscere molteplici articolazioni nel gusto pasoliniano per l’ossimoro. E nelle tensioni non dialettiche che si instaurano tra opposte esperienze si inquadrano quasi tutti i nodi cruciali dell’esistenza e del pensiero, a partire dall’omosessualità, vissuta come sofferenza ed elezione, peccato e purezza, cognizione del dolore ed ebbrezza, vitalità e disperazione.

Non ci si può accostare a Pasolini da prospettive parcellizzate: lo sguardo dev’essere sempre d’insieme, simultaneamente rivolto a tutti i linguaggi che egli adopera. Non c’è dubbio, ad esempio, che una circolarità di esperienze saldi in perfetta unità le due attività della scrittura e del cinema. Ciò non sempre è tenuto in giusta considerazione da parte della critica. Egli sentiva fortemente la limitatezza della parola mentre voleva parlare a molte persone e cinema è un linguaggio che si diffonde meglio, non ha bisogno di traduzione, si può trasferire in altri paesi. L’unico approccio possibile per me è stato perciò disordinato, onnivoro, candido e irrazionale, come si conviene a un artista rinascimentale (l’ultimo) che tesse attorno a sé una ragnatela di interessi e linguaggi – narrativa, poesia, critica militante, filosofia, politica, musica, pittura, cinema, teatro) sicché la sua migliore opera è la sua Opera, nella e inestricabile fusione di arte e vita, nell’inutilità e impossibilità di separare i fili che da una zona rinviano a un’altra. 

Dire che si tratta di un autore unico è cosa diversa dal dover dire se si tratta o meno di un “classico” del magmatico panorama novecentesco; d’altronde è impossibile dare uno sguardo d’insieme senza incorrere nella genericità, per la natura stessa dei problemi stilistici e delle tematiche che prospetta già ai suoi esordi. Certo, oggi si avverte la necessità di ripensare Pasolini, di stabilire cosa resista della sua poesia, ma soprattutto si avverte l’impotente rassegnazione di dover riconoscere che dopo la morte sua e quella di Sciascia, siamo rimasti tutti orfani di intelligenze inimitabili.  

[N.B.: in questo blog si può anche vedere un mio omaggio in video: In forma di rosa. Sei quadri e un requiem per Pasolini]

«Lei è un cretino, s’informi»

Nella celebre battuta di Totò, Eva e il pennello proibito così come in quella simile di Totò Le Mokò («Lei è un cretino, si specchi, si convinca»), l’aggettivo qualificativo è spogliato del proprio peso specifico volgare e assume una coloritura buffa, surreale, irriverente ma a suo modo elegante, come tutti gli insulti pronunciate dal grande comico («Che ofessa, che ofessa, sono profondamente ofesso» dirà in Miseria e nobiltà).

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L’epiteto non arriva mai a colpire in modo degradante chi ne è destinatario il quale anzi, in qualche caso, trova persino una sua giustificazione («A volte, anche un cretino ha un’idea» si dice in Che fine ha fatto Totò baby?). In generale, non è semplice definire un cretino tanto più che il termine viene oggi usato nei contesti più disparati e nelle accezioni più generiche, al punto che nemmeno i massimi classificatori di questa categoria – gli scrittori Fruttero e Lucentini nei loro La prevalenza del cretino, Il cretino in sintesi, Il cretino è per sempre – si può dire che giungano a darne una indiscutibile chiave di lettura.

«È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino», scrive Leonardo Sciascia in Nero su nero, dicendosi immalinconito dagli odierni «cretini adulterati, sofisticati» che gli facevano rimpiangere «i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini». Il cretino 2.0 è di fatto tante cose, ma nessuna di esse conserva traccia dell’etimologia originaria che ha una declinazione positiva non ancora corrotta dalla degradazione che il termine via via acquisterà.

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La sua variante nobile ha un antecedente nella maschera popolare di Giufà, il bifolco assolutamente privo di ogni malizia e furberia, concreto nel suo essere scevro da condizionamenti verbali e ideologici: un anima candida nella misura del candore come forma esorcistica della stoltezza, detentore di quel tipo di verità scomoda che nessuno avrebbe il coraggio di rivelare e che solo lo scemo del villaggio può gridare in piazza. C’è un legame etimologico – lo spiegano gli accademici della Crusca e lo attestano svariati dizionari etimologici accreditati – tra questo termine e quello di «cristiano», attraverso il francese «crétin», da «chrétien». Una forma lessicale che, attraverso le varianti, ha perso nella sua evoluzione semantica il proprio significante ‘cristiano’ originario per denotare dapprima gli individui affetti da una precisa malattia, l’ipotiroidismo congenito, e per assumere infine, con slittamento semantico nel corso dell’Ottocento, una connotazione prevalentemente ingiuriosa. Un passaggio avvenuto per eufemismo: non gli individui intellettivamente poco dotati, ma i malati affetti da cretinismo – patologia che, secondo il Vocabolario Etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani (1907), li faceva assomigliare a «persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono […]; quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti» – erano commiserati perché “poveri Cristi”, sofferenti e infelici. Nel 1754, addirittura, l’Encyclopédie riportava la consuetudine delle popolazioni vallesi delle Alpi occidentali di considerare i cretini come «angeli tutelari» delle famiglie. Nelle attestazioni letterarie e nelle consuetudini d’uso novecentesche, una certa disinvoltura d’uso ha fatto perdere la memoria semantica originaria, ma nell’etimologia del cretino c’è anche il significato del candore la cui definizione più precisa si deve all’elogio che Massimo Bontempelli fa di Pirandello in un suo celebre discorso commemorativo sulla “semplicità” dell’agrigentino (Pirandello o del candore):

«La prima qualità delle anime candide è la incapacità di accettare i giudizi altrui e farli propri. L’anima candida affacciandosi al mondo lo vede sùbito a suo modo: la impressione e il giudizio degli altri, anche di tutti gli altri, di tutto il mondo, che si affretta ad andarle incontro e cerca insegnarle tante cose, tanti giudizi fatti, questo non la scuote, ella può tutt’al più maravigliarsene. Spesso non li capisce neppure, i giudizi altrui; li sente come parole complicate. Invece lei ha un linguaggio pro­prio, semplificato ed elementare. E l’effetto immediato del candore è la sincerità. L’anima candida non fa concessioni. Con quel suo stile e sin­cerità, l’anima candida, che è una forza elementare, va facilmente al fondo delle cose, raggiunge i rudimenti immutevoli. Ella può sùbito iso­lare con istinto maraviglioso quel che è elementare da quello che è so­vrapposto: convenzioni, decorazione, cautela. L’anima candida è divi­namente incauta. […] Il candore è al punto più lontano dalla ipocrisia […] appunto perché il candido ha dimora in quella zona elementare e radicale della vita nella quale non sono ancora avvenute le distinzioni. Invece l’ipocrisia è precisamente la tecnica della distinzione».OIG_banner-990x557Ed è perciò con una certa nostalgia che rimpiango anch’io certi cretini insuperabili che il cinema mi ha fatto conoscere: da Harpo Marx a Stan Laurel, da Lou Costello a Jerry Lewis, ma nessuno ne sintetizza meglio le qualità quanto il giardiniere Chauncey Gardner interpretato da Peter Sellers in Oltre il giardino, intensamente tragico e ridicolo allo stesso tempo, depositario di un profondo smarrimento che illumina il carisma dell’imbecille, proiettato in una propria perfetta dimensione di Verità. Niente a che vedere con certi cretini mediatici, minacciosi e impudichi, da cui dipende oggi l’ordine mondiale.

Don Abbondio premier e il Parlamento Kāma Sūtra

Sedici mesi di cronaca politica italiana ci hanno offerto una tale varietà di posizioni politiche probabili e improbabili, ipotetiche e possibili che più che a un Parlamento siamo di fronte a una rivisitazione triste del Kāma Sūtra. Oggi, la nascita di un nuovo movimento denominato “Italia viva” non aiuta a organizzare l’orgia e a semplificare il quadro complessivo. Anzi. Me lo rende semmai più inquietante, anche per quell’aggettivo – viva – che non poco diffidenza mi suscita quando lo vedo declinato in frasi del tipo “El Che vive”

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e che mi fa pensare sempre al fatto che il soggetto in questione è sicuramente morto e con lui le idee che aveva incarnato.

Da qualsiasi punto di osservazione si decida di osservare la situazione, la sensazione insopprimibile è che l’eventuale (e in pratica improbabilissimo) vantaggio consista tutt’al più nel mantenimento dello status quo e che sia impossibile poterne trarre profitto.

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Come nel gioco delle tre carte in cui c’è un conduttore del gioco (Conte, non a caso un avvocato – un azzeccarbugli, in dialetto milanese zaccagarbùj cioè, letteralmente, uno “scioglitore di nodi” – che indossa però la tonaca di Don Abbondio), due finti sfidanti (Di Maio e Zingaretti) e due “pali” (Renzi e Grillo) che si posizionano in un’area strategica, in modo da poter avvisare i complici dell’arrivo delle forze dell’ordine (Salvini, se solo questi avesse una familiarità anche larvale col senso dell’ordine).

Non so in quale altro Paese dell’Occidente civilizzato sarebbe possibile una concezione tanto creativa della politica, la capacità di trarre il meno peggio dal peggio. Fatto è che, in Italia, tutto ciò è possibile per una genetica capacità di assuefazione degli italiani all’ingovernabilità.

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Lo aveva capito già Leonardo Sciascia nel 1979, al termine della propria esperienza parlamentare, quando dichiarava che «in realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare».

Ma tutto ciò non può stupire nessun italiano che abbia fatto lezione del romanzo più italiano che sia mai stato scritto, anzi: il Romanzo dell’Italia, per eccellenza, se solo si tiene a mente la lezione dei Promessi sposi, libro che ogni studente ha odiato, in quanto lettura obbligatoria ma che, anche odiandolo, ha inconsapevolmente metabolizzato facendo del suo unico vincitore – Don Abbondio – la metafora stessa della propria identità e delle vicende che racconta l’altro elemento di modernità che lo distingue e cioè l’essere il modello di un’indagine morale degli italiani.

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È in un saggio di Cruciverba su Goethe e Manzoni che Sciascia ci dice come, già dalla sua prima lettura dei Promessi sposi, si fosse radicata in lui la convinzione che «il protagonista ne fosse don Abbondio, personaggio perfettamente refrattario alla Grazia e che della Provvidenza si considerava creditore». Sul filo di queste meditazioni, lo sosteneva il ricordo della lettura di un’opera del 1933 intitolata Il sistema di Don Abbondio, a suo dire «la migliore introduzione alla lettura dei Promessi sposi», opera del salernitano Angelandrea Zottoli, singolare figura di critico pressoché dimenticato, ma che varrebbe la pena di rileggere, la sua irregolarità essendo forse proprio l’elemento che lo rendeva ancor più interessante agli occhi di Sciascia.

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Ma già in un saggio di Zottoli dal titolo Umili e potenti nella poetica di Manzoni don Abbondio appariva come l’uomo della morale utilitaristica, la stessa che Manzoni aveva avversato nelle Osservazioni sulla morale cattolica, l’incarnazione cioè di un «sistema» con cui il personaggio del curato finisce per identificare il paradigma dell’italiano peggiore, menefreghista di fronte alle più palesi iniquità. Tetragono alle sofferenze di Renzo e Lucia e ai rimproveri del Cardinale Borromeo, è lui a risultare il vero vincitore, dopo la morte di padre Cristoforo, nel finale dell’opera. È lui a dominare, «con la sua gioia scomposta per la morte di Don Rodrigo, con la sua morale dell’onestà cauta e passiva» – per dirla anche con l’Ezio Raimondi del celebre saggio Il romanzo senza idillio. Insomma, Don Abbondio – ribadisce Sciascia – «è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”» (e questo legare il «lieto fine» al più cinico dei personaggi dei Promessi sposi, dice di come egli non consideri il romanzo un’edificante metafora, bensì «un disperato ritratto dell’Italia» del Seicento, dei tempi dell’autore e dei nostri giorni.

Un «sistema», dunque, quello del pavido don Abbondio, che regola la sua esistenza, estendendosi al contempo a quella di una società, «un sistema di servitù volontaria», chiarisce meglio Sciascia, “non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia Spagnola del secolo XVII. […] L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con il personaggio manzoniano alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano…”.

Per Sciascia è l’altra variabile di quell’idea della Storia come perpetuazione di trasformismi di varia natura e nefasti privilegi di casta, di una società in cui i confini del grande gioco di interessi tra poteri forti sfuma in un unico corrosivo e indecifrabile magma.

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Quel nodo inestricabile di compromissioni e corresponsabilità lo scrittore siciliano lo descrive ottimamente alla fine del Contesto quando parla di «un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava. […] potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa». E che si occulta, s’interra, s’ingrotta anche nel suo rovescio che dovrebbe essere nobile, cioè l’antimafia, diventando così il paravento degli eterni «eroi della sesta», come li definì Sciascia, che è l’espressione con cui i milanesi ribattezzarono, dopo le famose «cinque giornate» del 1848, le persone dedite a quel coraggio che non costa nulla. L’espressione era stata usata in un saggio – La sesta giornata – che spiega come in Italia, nonostante una coerente linea di letteratura civile che da Dante conduca a Carducci, attraverso Alfieri e Foscolo, non ci sia stata una vera «poetica della Resistenza» che altrove, in Spagna per esempio, fu risvegliata anche attraverso episodi come la fucilazione di Federico Garcia Lorca, prova del fatto che «ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Da noi prevalse invece la confusione tra Fascismo e Patria, l’emulazione dell’ozioso e pavido don Abbondio come archetipo dell’italianità, che ha sempre fatto intonare ai connazionali la «poesia della sesta giornata», di coloro cioè che sono pronti ad affrontare le barricate, armati e incoccardati, quando ormai tutto è finito.

Italia e italiani da fare, dunque, da sempre e a dispetto dell’auspicio di Massimo D’Azeglio, giacché né il Risorgimento prima né la Resistenza poi sono state occasioni di una svolta radicale per la nazione e di un’epocale assunzione di responsabilità ancorata nei suoi costumi e nella sua cultura a quel paradigma umano che Manzoni aveva indicato come il precipitato dei nostri vizi, della metastorica vocazione al perseguimento del “particulare”, da ottenere per il tramite di un ceto dirigente cronicamente trasformista. A mio modo di vedere, perciò, è proprio la somma dei vizi e degli anti-valori di cui Manzoni sovraccarica la figura di Don Abbondio, unico personaggio a non conoscere la palingenesi di una metamorfosi morale e a non conoscere redenzione per via della morte (come accade invece a don Rodrigo e al Griso) a fargli conferire dall’autore (intenzionalmente?) un valore paradigmatico che fa di lui non solo un modello di anti-religioso per eccellenza, ma anche, alla vigilia dell’Unità d’Italia, il paradigma di un’italianità da scongiurare e da esorcizzare, il portatore di «una vera e propria visione del mondo, che ha una precisa connotazione di classe […] la prospettiva tipica del piccolo borghese, dell’uomo d’ordine, a cui ripugna ogni eccesso e ogni trasgressione, che rifiuta ogni forma di eccezionalità, positiva o negativa che sia, in nome di ciò che è comune e normale, eretto a valore supremo e a criterio universale di giudizio».

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Una maschera universale che appartiene, come scrisse Giorgio Manganelli, al «monotono eterno dell’esistenza» ma anche profondamente italiana, catalizzata nella sua controfigura più emblematica, quella di Alberto Sordi, epitome dell’italiano medio conformista e pusillanime, familista e mammone, opportunista e voltagabbana, messa a fuoco grazie soprattutto al programma televisivo che andò in onda con successo tra il 1979 e il 1986 e che emblematicamente s’intitolava Storia di un italiano. Esso produsse il risultato di elevare non solo la fiction al rango di documento, ma di promuovere quella maschera a simbolo di un italiano a cui si può perdonare ogni vizio, in virtù della sua carica umoristica, come sottolinea Italo Calvino in Autobiografia di uno spettatore, quando afferma che «più la caricatura dei nostri comportamenti sociali vuol essere spietata, più si dimostra compiaciuta e indulgente» senza riuscire perciò ad essere veicolo di una critica sociale radicale.

Pupi e paladini

Il dittatore dello stato libero di Bananas sbarca in Sicilia, tra Taormina e Siracusa. Trova porti aperti, anzi spalancati, ma ad attenderlo ci sono siciliani incazzati che, all’esibizione delle sue tronfie e ipocrite pose da conquistador, preferiscono lo sberleffo di chi non ha dimenticato come, non molto tempo fa, il pupo padano avesse auspicato per loro igieniche abluzioni nella lava dell’Etna.

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E reagiscono. Nel modo che più è loro congeniale. Col furore e col riso, gridando la loro rabbia senza però perdere mai il sanguigno senso dell’umorismo che li connota. Come quel ragazzo livido in volto che, sulla spiaggia di Letojanni gli urla contro “si fussi na palumma, ti cacassi nta testa” (trad.: se fossi una colomba, depositerei le mie deiezioni sul tuo capo) o quel vecchietto grondante di sudore che nella piazza Duomo di Catania lo apostrofa con un liberatorio “mi facisti peddiri na jurnata ‘i mari ppi mannariti affanculu” (trad.: mi hai rovinato una giornata che avrei potuto trascorrere coi miei cari, al sole, in riva al mare, costringendomi a venire fin qui per dirti tutto il mio bisogno di mandarti a far visita a quel paese dove il sole invece non batte).

C’è del disperato e dell’esilarante in questa attitudine tragicomica del siciliano, e non si capisce se non si conosce la maschera di un attore, quell’Angelo Musco musco 2in cui si era riflessa storicamente la faccia appassionata e un po’ convenzionale della Sicilia che era stata già del grande Giovanni Grasso. E con essa il retaggio dell’opera dei pupi in cui la povera gente proiettò per anni il proprio bisogno d’evasione da una realtà che non  appaga. Commedia e tragedia, dunque. L’anima del siciliano che si rivela sempre estrema e contraddittoria: ora servile Proteo che sopporta le ferite della Storia e dei regnanti, ora paladino che si riscatta attraverso il riso gioioso, rituale, isterico, che non ha nulla a che vedere con la comicità, ma sale dal basso, si oppone al «serio», come il riso di Aristofane o di Rabelais, di Shakespeare o di Gogol, ed esprime la protesta di coloro che non hanno voce. Diceva Pirandello, parlando di Verga, che “tutti i siciliani in fondo sono tristi perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita”, volendo significare che essi avvertono intensamente quel contrasto tra un animo naturalmente chiuso e diffidente e una Natura “intorno, aperta, chiara di sole”, che acceca fino a togliere la capacità di vedere rivelando in ogni gesto e in ogni parola un “dolore spesso disperato”. E nel senso del tragico dei siciliani si stratificano generazioni ribollenti di collere antigovernative, di disperati e astratti furori ma anche, purtroppo, di altrettanto repentine e umilianti sottomissioni. Un temperamento che sembrerebbe ardente e rivoluzionario (basti pensare ai Vespri e ai Fasci del ’39 o alla rivolta delle plebi oppresse di Bronte contro i galantuomini e i cappelli, di cui parla Verga in Libertà) ma continuamente smentito dalla Storia, dall’oppressione di un passato feudale e conformista, dal peccato originale di una vocazione reazionaria di cui non ci si è mai liberati.

Scriveva il siracusano Sebastiano Aglianò che è difficile incontrare in Sicilia personalità complete e riposanti, vale a dire uomini sicuri di una pace interiore, sicché anche l’umorismo siciliano ha qualcosa di nervoso o di amaro. I siciliani sono, infatti, da sempre avvezzi a un senso luttuoso dell’esistenza, ma fra il tragico e l’idillico, che sono i due veri poli dell’anima isolana, si insinua di tanto in tanto un temperato umorismo che facilmente si esaspera in grottesco e che raramente è derisione – e difatti il siciliano sa essere auto-ironico – piuttosto è espressione di benevolenza, percezione di armonia, sentimento di espansione vitale. Una siffatta implicazione vitalistica – cioè l’istinto insopprimibile di riaffermare, periodicamente e simbolicamente, il “principio del piacere” sul “principio della realtà”, unita allo spirito mistificatorio, alla spiccatissima vocazione teatrale del siciliano, spiega quel tanto di profano e di carnevalesco che affiora anche nelle manifestazioni più autentiche del sentimento religioso; IMG_8103aabasterebbe assistere almeno una volta a una processione di S. Agata o a un festino di S. Rosalia per rendersene conto. Quello stesso sentimento della vita, che certo non ignora la dimensione ludica e festiva, gioiosa e sensuale, quasi sempre nasconde, infine, un risvolto malinconico e acre, luttuoso e tragico: l’anima del tragidiaturi, vale a dire colui nel quale prevale la “scienza del peggio”, una visione delle cose risentita e perplessa e che ritorna, più o meno invariata, nei principali esponenti della letteratura isolana, da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa. Ma chi capì meglio il modo di esprimere la malinconica apatia e la solare seduzione di questa natura fu forse Nino Martoglio quando cercò di dar vita a un teatro diverso da quello portato in giro da Giovanni Grasso: non più drammi truculenti di gelosia e di sangue, ma opere originali in cui il comico si mescolasse col tragico e tutti gli aspetti della realtà fossero fedelmente riprodotti. Perché un’operazione del genere avesse successo occorreva un grande attore che con la voce, i gesti, la mimica del volto, fosse in grado di passare subitaneamen­te dalle lacrime al riso: e quest’attore fu appunto Angelo Musco.

Nella sua comicità, come scrisse Sciascia, c’era “come un margine di intraducibilità; un mar­gine che si restringe e quasi scompare […] per una eclatante vitalità, per il suo assommare e sintetizzare il comico della vita così come Giovanni Grasso, in un teatro di Odessa, parve al giovane Isaac Babel assommarne e sintetizzarne il tragico”.