Ermeneutica del “mah”

Incalzato per i sette/otto minuti di intervallo dalla ragazza che gli siede a fianco e che ha il tono di chi vuole crocifiggere l’interlocutore con recriminazioni di ogni natura, il giovane seduto una fila dietro di me al cinema, le oppone, alla fine, due laconici seppur differenti mah.

A quel punto tra i due cala una plumbea cappa di silenzio, favorita anche dall’inizio del secondo tempo del film. In quell’istante, del saggio uomo arguisco che debba trattarsi, in assenza di inflessioni che ne rivelino la provenienza regionale, di un siciliano della fascia compresa tra capo Passero e Capo Peloro. E lo dico da siculo-orientale, appunto, avvezzo alle vertigini metafisiche a cui lo specifico mah allude, in modo oltremodo pregnante proprio per la genìa di quella specifica area geografica.

785be7fde7c3112bd39737fd7fa8541cSi badi: avrebbe potuto pronunciare un dubbioso boh o persino un resistente bah o alternare al mah uno qualsiasi degli altri due monosillabi. E invece sceglie, secondo me in modo avveduto e premeditato, di risponderle con l’interiezione che più la disarma e che, proprio perché iterata, suona intenzionale, consapevole. Lei avrà speso qualcosa come qualche migliaio di vocaboli per dirle tutto il suo disappunto, lui invece se n’è uscito con una decina di parole in tutto, dapprima precedute da un mah che sembrava voler trasmettere il senso di una sospensione, come una sorta di training autogeno propedeutico a una più articolata replica destinata a rimanere a uno stadio che potremmo generosamente definire “di latenza” (“mah, se lo dici tu…”). Infine, dopo qualche altra battuta della ragazza, con geniale prontezza le assesta il colpo di grazia posponendo invece il monosillabo alla fine della frase (“tutte cose tu stai dicendo, mah!”) e lasciando sottintesa qualsiasi osservazione o giustificazione, anzi esprimendo uno scontento metafisico, uno sgomento esistenziale, un’amarezza più o meno sincera, una rassegnazione che immagino agisse anche da strategia colpevolizzante.

decisamente-mahValutando la gamma delle possibili reazioni femminili, dico tra me che, se le avesse detto boh, l’avrebbe probabilmente offesa per la coloritura di disprezzo e disapprovazione che il monosillabo suggerisce, scatenandole verosimilmente una reazione ancor più veemente oppure, se la percezione di lei fosse stata di una momentanea incertezza del giovane, le avrebbe fornito ulteriore energia per affondare ulteriori colpi a quelli solo provvisoriamente letali assestatigli. Lo stesso dicasi se, per accidenti, lui avesse usato un bah che suona come un’esclamazione di meraviglia, irritante, a dire il vero, dal momento che, per le argomentazioni addotte dalla fanciulla, sembrava assodato, per tutto il tempo del monologo femminile, che non ci fosse alcunché di inequivocabile.

Vitaliano_Brancati

E’ grazie a quei mah che mi è tornato in mente un bellissimo racconto di Brancati intitolato Pipe e bastoni in cui un vecchio fa di quella lapidaria espressione il precipitato di una personalissima visione della vita:

L’unica sua stranezza era una parola ch’egli pronunciava di quando in quando, con un tono così basso, di una dolcezza così profonda nella sua brevità, ch’io ne rimanevo sempre commosso: questa parola era: Mah!
Non c’era, in essa, né sconforto, né dubbio, né gioia, né delusione, o piuttosto non c’era alcuno dei sentimenti umani in misura forte e preponderante, ma un misto assai delicato e profondo di tutti.
Come uno strumento, usato per anni da esperti suonatori, riesce finalmente ad emettere un “la” o un “mi” di rara qualità, così quell’uomo, sperimentato per anni dalla vita, era in grado di mandare un suono particolare, un monosillabo che mi dava ogni volta una scossa ai nervi.
La sua vita era piena di fatti e di esperienze, ma egli non ne aveva ricavato alcuna regola.
Questo lo sottraeva al pericolo di morire fra i proverbi, come tanti altri siciliani.
Molte cose gli erano parse strane, e non era riuscito a capirle.
Ma per ciò non si tormentava la testa, né si credeva in diritto di pronunciare grandi parole come il mistero della vita o l’inconoscibile.
Si accontentava di guardarle attentamente nella memoria, guardarle, riguardarle, e finalmente diceva: Mah!

Non chiedete come finisse il film perché, a quel punto, avevo rinunciato a seguirne la trama da almeno un’ora.

Pupi e paladini

Il dittatore dello stato libero di Bananas sbarca in Sicilia, tra Taormina e Siracusa. Trova porti aperti, anzi spalancati, ma ad attenderlo ci sono siciliani incazzati che, all’esibizione delle sue tronfie e ipocrite pose da conquistador, preferiscono lo sberleffo di chi non ha dimenticato come, non molto tempo fa, il pupo padano avesse auspicato per loro igieniche abluzioni nella lava dell’Etna.

184408892-c421809d-acf7-4f71-ad85-1f0ed75d04a1

E reagiscono. Nel modo che più è loro congeniale. Col furore e col riso, gridando la loro rabbia senza però perdere mai il sanguigno senso dell’umorismo che li connota. Come quel ragazzo livido in volto che, sulla spiaggia di Letojanni gli urla contro “si fussi na palumma, ti cacassi nta testa” (trad.: se fossi una colomba, depositerei le mie deiezioni sul tuo capo) o quel vecchietto grondante di sudore che nella piazza Duomo di Catania lo apostrofa con un liberatorio “mi facisti peddiri na jurnata ‘i mari ppi mannariti affanculu” (trad.: mi hai rovinato una giornata che avrei potuto trascorrere coi miei cari, al sole, in riva al mare, costringendomi a venire fin qui per dirti tutto il mio bisogno di mandarti a far visita a quel paese dove il sole invece non batte).

C’è del disperato e dell’esilarante in questa attitudine tragicomica del siciliano, e non si capisce se non si conosce la maschera di un attore, quell’Angelo Musco musco 2in cui si era riflessa storicamente la faccia appassionata e un po’ convenzionale della Sicilia che era stata già del grande Giovanni Grasso. E con essa il retaggio dell’opera dei pupi in cui la povera gente proiettò per anni il proprio bisogno d’evasione da una realtà che non  appaga. Commedia e tragedia, dunque. L’anima del siciliano che si rivela sempre estrema e contraddittoria: ora servile Proteo che sopporta le ferite della Storia e dei regnanti, ora paladino che si riscatta attraverso il riso gioioso, rituale, isterico, che non ha nulla a che vedere con la comicità, ma sale dal basso, si oppone al «serio», come il riso di Aristofane o di Rabelais, di Shakespeare o di Gogol, ed esprime la protesta di coloro che non hanno voce. Diceva Pirandello, parlando di Verga, che “tutti i siciliani in fondo sono tristi perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita”, volendo significare che essi avvertono intensamente quel contrasto tra un animo naturalmente chiuso e diffidente e una Natura “intorno, aperta, chiara di sole”, che acceca fino a togliere la capacità di vedere rivelando in ogni gesto e in ogni parola un “dolore spesso disperato”. E nel senso del tragico dei siciliani si stratificano generazioni ribollenti di collere antigovernative, di disperati e astratti furori ma anche, purtroppo, di altrettanto repentine e umilianti sottomissioni. Un temperamento che sembrerebbe ardente e rivoluzionario (basti pensare ai Vespri e ai Fasci del ’39 o alla rivolta delle plebi oppresse di Bronte contro i galantuomini e i cappelli, di cui parla Verga in Libertà) ma continuamente smentito dalla Storia, dall’oppressione di un passato feudale e conformista, dal peccato originale di una vocazione reazionaria di cui non ci si è mai liberati.

Scriveva il siracusano Sebastiano Aglianò che è difficile incontrare in Sicilia personalità complete e riposanti, vale a dire uomini sicuri di una pace interiore, sicché anche l’umorismo siciliano ha qualcosa di nervoso o di amaro. I siciliani sono, infatti, da sempre avvezzi a un senso luttuoso dell’esistenza, ma fra il tragico e l’idillico, che sono i due veri poli dell’anima isolana, si insinua di tanto in tanto un temperato umorismo che facilmente si esaspera in grottesco e che raramente è derisione – e difatti il siciliano sa essere auto-ironico – piuttosto è espressione di benevolenza, percezione di armonia, sentimento di espansione vitale. Una siffatta implicazione vitalistica – cioè l’istinto insopprimibile di riaffermare, periodicamente e simbolicamente, il “principio del piacere” sul “principio della realtà”, unita allo spirito mistificatorio, alla spiccatissima vocazione teatrale del siciliano, spiega quel tanto di profano e di carnevalesco che affiora anche nelle manifestazioni più autentiche del sentimento religioso; IMG_8103aabasterebbe assistere almeno una volta a una processione di S. Agata o a un festino di S. Rosalia per rendersene conto. Quello stesso sentimento della vita, che certo non ignora la dimensione ludica e festiva, gioiosa e sensuale, quasi sempre nasconde, infine, un risvolto malinconico e acre, luttuoso e tragico: l’anima del tragidiaturi, vale a dire colui nel quale prevale la “scienza del peggio”, una visione delle cose risentita e perplessa e che ritorna, più o meno invariata, nei principali esponenti della letteratura isolana, da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa. Ma chi capì meglio il modo di esprimere la malinconica apatia e la solare seduzione di questa natura fu forse Nino Martoglio quando cercò di dar vita a un teatro diverso da quello portato in giro da Giovanni Grasso: non più drammi truculenti di gelosia e di sangue, ma opere originali in cui il comico si mescolasse col tragico e tutti gli aspetti della realtà fossero fedelmente riprodotti. Perché un’operazione del genere avesse successo occorreva un grande attore che con la voce, i gesti, la mimica del volto, fosse in grado di passare subitaneamen­te dalle lacrime al riso: e quest’attore fu appunto Angelo Musco.

Nella sua comicità, come scrisse Sciascia, c’era “come un margine di intraducibilità; un mar­gine che si restringe e quasi scompare […] per una eclatante vitalità, per il suo assommare e sintetizzare il comico della vita così come Giovanni Grasso, in un teatro di Odessa, parve al giovane Isaac Babel assommarne e sintetizzarne il tragico”.

Sicilia sconosciuta (da “La Sicilia”, 26 novembre 2016, p. 16)

Solo un lettore distratto scambierebbe Sicilia sconosciuta (Rizzoli, 2016) di Matteo Collura per una guida turistica come altre che affollano la sezione “Viaggi” delle nostre librerie, e non solo perché gli “itinerari insoliti e curiosi” che propone escludono in molti casi le canoniche mète del turismo di massa, ma soprattutto per il taglio che l’autore – scrittore, saggista e storica firma della pagina culturale del “Corriere della Sera” – ha inteso dare alla cartografia che delinea. Ne vien fuori la mappa di una terra vissuta passando in rassegna personaggi, luoghi, libri, ombre, edifici, relitti, echi e bagliori cui dà voce attraverso citazioni che esaltano la stratigrafia della cultura isolana.

9788817088053_1_0_1390_80La Sicilia, avvisa Collura in premessa, è “un sistema di isole contenute in un’isola”, affermazione questa che contiene e contempla altri precedenti, da quello di Giuseppe Antonio Borgese che nella sua Introduzione al volume Sicilia del Touring Club la definiva “un isola non abbastanza isola” a quella di Gesualdo Bufalino che, con Nunzio Zago, intitolava Cento Sicilie una pregevole antologia dei modi in cui la Sicilia era stata raccontata, convinto che essa “prima di essere un’anagrafe geografica, fosse essenzialmente una condizione morale”. E in quell’idea si racchiude anche il senso del libro di Collura che è anche un “racconto”, quasi che solo nelle spire di un’aerea trasvolata affabulatrice su un immenso patrimonio culturale, non priva però di rigore storico-critico e documentario, possa esserci l’unica e autentica possibilità di cogliere, come in un lampo, la ricchezza e la complessità della materia in questione. Discorso infinito, quindi, che si può solo riprendere, rilanciare, aggiornare, come fa l’autore attraverso la riedizione di un suo libro fortunato uscito per la prima volta nel 1984, ma successivamente riedito altre due volte con aggiornamenti e documentazioni fotografiche d’autore. Nella sua più recente veste, le nuove acquisizioni e le splendide foto di Melo Minnella esaltano i percorsi che attraversano le province siciliane, passando dall’itinerario architettonico palermitano sei-settecentesco del geniale scultore Giacomo Serpotta a quello rupestre che incombe sul mare messinese di Milazzo, dal magico e barocco catasto etneo alla Sicilia “lombarda” e medievale che orbita attorno al capoluogo ennese, dai reticoli lapidei della contea ragusana alle zolfare delle terre nissene addentate, nel passato, dalla morsa dell’usura del latifondo, dalle fonti siracusane dei papiri alla girgentana e pirandelliana zona del Caos fino alle isole trapanesi che scontornano l’isola grande.

9788817088053_2_0_1388_80Luoghi della memoria. Luoghi, insomma, come geografia dell’anima, addirittura come personaggi d’un racconto, protagonisti dell’imago Siciliae, più che semplice quinte letterarie. Gioacchino Lanza Tomasi, nel suo Luoghi del Gattopardo, insisteva molto sul rapporto, strettissimo e quanto mai inquieto, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, appunto, “i luoghi” in cui, per lo scrittore, “si racchiudeva la felicità”: il palazzo Lampedusa di Palermo distrutto da un bombardamento nel ‘43, il palazzo Cutò di Santa Margherita Belice (la Donnafugata del romanzo), ma anche le terre, i palazzi e i conventi teatro della vita degli avi Lampedusa a Palma di Montechiaro o, ancora, il rifugio di Villa Piccolo a Capo d’Orlando, il palazzo di via Butera in cui ricostruire, con poche suppellettili superstiti, gli interni della casa di famiglia e in cui vivere gli ultimi anni. In modo analogo, Collura ci restituisce un baedeker emotivo su un’isola-continente che si offre al lettore come un saggio narrativo, abbracciando nello stesso coversguardo tutto un mondo fatto di letteratura e di storia per il quale nutre un sentimento ambivalente, sospeso tra passione e disincanto, nella contemplazione di tesori che la Sicilia esibisce, ma spesso occulta, e rispetto ai quali l’autore si lascia andare qua e là a qualche rampogna per lo stato in cui vengono conservati o per l’inaccessibilità che li espropria alla curiosità del visitatore. Una Sicilia, insomma, non retoricamente abbarbicata allo stereotipo di locus amoenus, ma come una terra da cui evadere per farvi poi ritorno infinite volte con l’animo; una terra, per dirla con Borgese, che “scapiglia la fantasia solo se vista da lontano” perché se osservata da vicino, “chiude la bocca e il cuore”.