Promenade lentinese

Se una mattina d’inverno un viaggiatore percorresse la Piana di Catania, sulla rotta che conduce, tra l’altro, a un esotico quanto disagevole biviere, alle porte di Lentini non troverebbe un’insegna che dica della città di Gorgia e del notaro Giacomo, ma una segnaletica che la denomina “città delle arance”, che è cosa quanto meno bizzarra.

Ma come? Qui è nata la filosofia dei miei amati sofisti, qui si è dettato l’Abc della poesia italiana e a costituire vanto locale dovrebbero essere gli agrumi?!? Peraltro – è bene dirlo – si tratta di un primato ortofrutticolo ormai conteso e vinto a mani basse da altri centri (e ancor più che dalle limitrofe Carlentini e Francofonte, da Scordia e Palagonia über alles). Pare, insomma, che Lentini sia destinata ormai ad abdicare dal rango di sovrana dell’agrumario, per via del fatto che il sistema di terrazzamenti che caratterizza le sue piantagioni risulterebbe poco funzionale e redditizio, obbligando a una più dispendiosa raccolta manuale anziché meccanica. Almeno così mi spiegherà, durante la mia visita, la guida che mi attende in città. Sarà?

E del celeberrimo pani ri Lintini? – mi viene da chiedere. Anche in quel caso problemi, dal momento che i forni diminuiscono e non ci si preoccupa più di tanto di tutelare il prodotto, come si fa con i vini o i formaggi a marchio dop. Bisogna decisamente puntare su qualcos’altro allora. Tornare magari alla storia della città, sí, perché di Storia e microstorie ce ne sarebbero tante da raccontare. A partire da quelle che ruotano attorno ai figli più o meno illustri della città: il pop-filosofo Manlio Sgalambro («la Yoko Ono di Battiato» è battuta di Aldo Busi tanto ingenerosa quanto divertente); l’antilirico scrittore (lentinese d’adozione) Sebastiano Addamo, l’autore dell’antibrancatiano e antipattiano Giudizio della sera; il musicista Alfio Antico, autentico profeta e mistico della tammorra e del tamburo a cornice. Per finire con le vite degli uomini ignoti, quei tipi di paese la cui semplice e nuda onomastica è già garanzia di storytelling: Cirino 10 e 10, Filippo cca gavetta, Paolo a pupa, Turi Marlboro…

Per fortuna, arrivo in centro quella mezz’ora prima (ma era tutto calcolato) che mi serve per fare colazione al bar Navarria, gloria locale dell’arte pasticciera, special one del catering indigeno. Di suo il locale è piuttosto ordinario, come se ne vedono tanti nei paesi, anche un po’ triste nei suoi arredi dozzinali e timidamente vintage, ma poco importa perché bastano i suoi dolci per dislocarti, come le pilloline rosse e blu di Matrix, in un altrove glicemico. Il banconista-Morpheus mi porge, nella fattispecie, una raviola di ricotta al forno che è piuttosto una nuvola di ovatta edibile che non ti verrebbe nemmeno di morderla per non farle un torto, ma piuttosto di usarla sul corpo come si userebbe una spugna, tanto è morbida e pura con la sua gentile anima casearia.

Piazza Dante Alighieri (Lentini)

Il tempo di tornare in me e di spolverarmi il giaccone innevato di zucchero a velo e realizzo che devo raggiungere il luogo dell’appuntamento con la guida, ma quel che mi accade mi fa venire il dubbio di essere ancora in una realtà parallela. Non provate, infatti, a chiedere a un lentinese dove sia piazza Dante Alighieri, semplicemente perché non lo sa; la conferma statistica me l’ha data l’avere inutilmente cercato di ottenere l’informazione topografica interpellando quattro persone in venti metri e ricevendo, nell’ordine, le seguenti riposte: a) non so, entri in farmacia e chieda; b) non so, chieda al calzolaio qui di fronte; c) non so, non sono di qua (detto da una distinta signora che usciva dal portone di casa sua; d) aspetti, cerco su Google Maps…. no, no, se esiste, non è a Lentini.

Per fortuna, il mio spaesamento viene avvertito da un giovane che, vedendomi confuso e disorientato come John Travolta in un famoso meme da Pulp Fiction, precetta i passanti di via Conte Alaimo per aiutarmi.

Potenza dell’accoglienza, tutti gli astanti convengono che ciò che ho ingenuamente indicato con il toponimo ufficiale altro non è che il quartiere Badia, distante non più di 50 metri. «Acchianassi ddi duocu, allatu ra posta, e arrivau» [«Percorra in salita tutta la scalinata adiacente all’ufficio postale e se lo ritroverà davanti agli occhi»], mi dice il buon uomo nel suo colorito argot e così m’incammino.

Da lì in poi, avrei scoperto parecchie cose interessanti e, per esempio, che lungo via San Francesco, pur tra tante cose pregevoli (la chiesa monumentale della SS. Trinità, per dirne una, o palazzo dei Beneventano della Corte con il monastero superiore) si trova quello che forse è il più brutto affresco al mondo di San Francesco, ritratto con la testa che sembra decollata come quella di San Giovanni e nell’atto di mimare con pollici e indici un cuore, come farebbe il teenager di un romanzo di Federico Moccia.

Alcune cose mi sono però chiare e cioè che a Lentini l’intitolazione delle chiese non è stata mai cosa pacifica e che, se non proprio di guerre di santi parliamo, di sicuro più di una contesa ha fatto sì che gli edifici di culto cambiassero nome nei secoli e che, per esempio, alla Santissima Trinità si sia sentito il bisogno di affiancare anche il nome di San Marziano che fu il primo vescovo di Siracusa. Come se il PSG sentisse il dovere di schierare, accanto al tridente Messi-Mbappé-Neymar, anche Bernardeschi. «Non ti disunire», direbbe l’Antonio Capuano di È stata la mano di Dio: è una cosa inutile, almeno quanto il film di Sorrentino.

San Mercurio (Lentini, Chiesa della Fontana)

Da lì muovendo, si giunge all’ottocentesco santuario diocesano della Chiesa della Fontana. O dei Tre Santi. O di San Mercurio (sempre per la smania intitolatoria di cui prima). È il sito in cui sarebbe avvenuto il martirio dei tre fratelli protettori della città, Alfio Filadelfo e Cirino che vantano, fino a Messina, un nutrito palmarès di luoghi a loro dedicati. Tre sono le curiosità principali del luogo come i pozzi che, narra la leggenda, si aprirono quando al maggiore, Alfio, fu tagliata la lingua per punirlo della sua predicazione. Gettata via, cadde rimbalzando ben tre volte, non so per quale curioso fenomeno fisico-dinamico, scavando altrettante pozze da cui ancora oggi sgorga acqua. Il suo livello si mantiene bassissimo tutto l’anno, e si innalza nei giorni di maggio in cui ricorrono i festeggiamenti dei martiri. Più che il miracolo possono, verosimilmente, i cambiamenti climatici e le variazioni stagionali dei livelli delle acque fluviali, ma le credenze popolari sono sicuramente più affascinanti e suggestive.

Lo è un po’ meno la storia che ci racconta lo zelante custode che ci apre una delle botole che coprono i pozzi, operazione che, a suo dire, gli è costata nel tempo la perdita: di un berretto, di un paio di occhiali e di un cellulare. Caso vuole che i locali vigili del fuoco pare siano particolarmente sensibili e servizievoli e si prestino perciò anche a interventi di recupero del genere. Quelli di Los Angeles, perciò, che vediamo nei film mentre recuperano con gran spiegamento di forze gattini sugli alberi si possono scansare. I pompieri lentinesi che non hanno le emergenze alluvionali dei colleghi catanesi, non temono concorrenza: arrivano, svuotano pozzi e recuperano oggetti smarriti.

L’altra curiosità sono le statue dei tre santi sull’altare maggiore praticamente gemelli all’apparenza, nonostante le differenti età. Li accomuna peraltro la medesima acconciatura in tinta, con uno spiazzante effetto Rocher dato dall’eccessiva doratura. Ma pare che l’intervento di restauro sia filologicamente corretto e coerente con l’usanza di esaltare gli effetti di brillantezza delle teste dei santi che simboleggiano la luminosità del sole. Vabbè…

E poi, mi sembra di poter attribuire a Lentini anche il primato dei santi dai nomi più inusuali: già Filadelfo e Cirino non mi paiono gettonatissimi tra le possibili prime scelte di neo-papà e neo-mamme, ma il culto locale imporrebbe di prendere in considerazione anche Tecla, Eutralia, Eutropia, Onesimo, e ancora Caritone, Neofito, Cleonico e Stratonico che sono più da onomastica dei super eroi della Marvel che da innocenti creature che se li dovrebbero portare appresso tutta la vita quei nomi.

La tappa successiva è quella obbligata, anche se non la ragione principale della mia escursione. Arrivati in piazza Umberto I, tocca al Duomo, già cattedrale in epoca bizantina e sede vescovile nel 1698, anch’esso rigorosamente con doppio passaporto: Santa Maria La Cava e Sant’Alfio. Dipendesse da me, propenderei per la Vergine vuoi perché una madonna “della Cava” ricorda anche le origini del sito, la particolare conformazione geofisica di tutta Lentini, città scavata nella roccia e ricca un tempo di cave e miniere, vuoi perché mi hanno sempre affascinato le varie ed estese denominazioni della Vergine: delle grazie, della lettera, della catena, del silenzio, della roccia, della scala, della castagna, della corona, della sciara e chi più ne ha più ne metta. Non suoni irriverente, ma qualcuno ha mai pensato di contattare la Panini per farne un album di figurine da diffondere nelle parrocchie ad uso e consumo dei catechisti? Vuoi infine per quel che di ingiusto trovo nell’intitolare il principale luogo di culto al solo Alfio, il cui destino fu così strettamente legato a quello dei fratelli minori esclusi. Cui prodest?

La chiesa vale una visita non distratta, per le tante sorprese che riserva: l’icona bizantina della Madonna del Castello; la statua della Madonna della Catena in alabastro; i tre arcosoli paleocristiani, i sepolcri dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino; il Fonte dei Mesi; le tele lungo le navate; la sagrestia con i tesori.

Solo il putridarium mi sarei risparmiato, a pensarci bene, perché la sua descrizione mi ha “riproposto” la raviola della colazione. Trattasi di un ambiente funerario provvisorio, una cripta, presente nella quasi totalità delle chiese del territorio e in cui i cadaveri venivano messi a scolare i liquami della putrefazione, seduti su sedili dentro nicchie, fino a quando i resti scheletrici potevano essere spostati nell’ossario e il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, posizionato su mensole. Il modificarsi dell’aspetto esteriore per via del disfacimento della carne fino alla completa liberazione che rendeva visibile le ossa (simbolo di purezza) rappresentava visivamente i diversi stadi di dolorosa purificazione affrontata dall’anima nel suo viaggio verso l’eternità. Pratica antigienica come poche nella storia dell’uomo e infatti abolita, a partire dagli inizi dell’Ottocento.

L’ex pretura di Lentini dove ebbe il suo primo incarico Giovanni Falcone

L’ultima tappa, la più emozionante, richiede tempi lunghi e scarpe comode. Già la via che conduce alla Chiesa del Crocifisso, un santuario rupestre risalente al XII secolo, riserva anch’essa qualche curiosità e tanto per dirne una la sede dell’ex pretura, la stessa in cui Giovanni Falcone ebbe il suo primo incarico. Non so come siano messe le casse del Comune, ma qualora non si trovassero cinquanta euro per una targa in ottone, sono disposto a metterceli di tasca. Perché non capisco come non ci sia casa di cui non si ricordi, per dirne una, che lì ha dormito Garibaldi, e non si debba trovare il tempo e il modo di richiamare alla mente del passante il posto in cui ha lavorato un uomo che non avrà forse il blasone di sant’Alfio, ma in quanto a martirio non è stato da meno.

Inerpicandosi lento pede si incontra pure una carbonaia, niente di che, ma non ne avevo mai vista una prima e perciò mi ha incuriosito, ma di fronte si può ammirare il bellissimo panorama di valle San Mauro, l’agorà di Lentini con la sua Acropoli, di fronte al sontuoso scenario dell’Etna. Pare che ci sia parecchio da scavare ancora, ma ci si aspettano tante sorprese dagli Indiana Jones nostrani, non ultimo il rinvenimento di un anfiteatro.

La chiesa rupestre di Santa Maria della Grotta (poi del Crocifisso) è un luogo del cuore, censito dal FAI, recuperato tre anni fa con tanta buona volontà, dopo essere stato devastato e vandalizzato a più riprese, un posto in cui mi piacerebbe tornare da solo per pensare, farmi invadere dal silenzio, dalla memoria, una grotta che doveva sembrare di grande suggestione per chi ebbe nei secoli passati il privilegio di ammirarla ammirare tutta affrescata. Lì dove sorgeva la città greca di Leontinoi, affacciata sulla Cava Ruccia che guarda il vulcano, si respira una spiritualità antica e solenne. È un’emozione grande che ti pervade dentro l’Oratorium populi in cui s’intravedono tre strati di affreschi sovrapposti che sono l’obiettivo principale degli interventi di restauro in corso. Resta poco, ma quel che resta è di grande forza evocativa, un palinsesto storico-artistico che recupera l’iconografia bizantina, con l’abside che raffigura il Cristo Pantocratore, assiso su un trono imperiale attorniato da quattro cherubini. Questa è l’unica immagine che non si può fotografare, ma tutto attorno se ne conservano altre, oltre a un affresco con la Madonna del Latte, e soprattutto cinque icone, distinte da cornici rosse e bianche: Elisabetta, un Leonardo con la barba alla Gianluca Vacchi, un Giovanni Battista con i dread da rasta, Nicola e Stefano. Fortuna volle che due settimane fa, nella parete opposta a quella in cui si intravede appena una Crocifissione, sia stata ripristinata una bellissima Deposizione di Cristo che era stata staccata ed esposta all’interno del Museo Archeologico di Lentini e che si può ora ammirare restaurata.

Mi basta così per ora. Chi non avesse ginocchia malferme come le mie potrebbe tranquillamente pensare di estendere la visita all’area archeologica del Castellaccio. Ti prende almeno un paio d’ore per raggiungerla e percorrerla, fino a tornare al punto di partenza, quella piazza Dante che i lentinesi conoscono come ‘a Badia da cui ebbe inizio il sabato che ho testé riassunto. Ma non amo molto la bulimia turistica e rimando perciò ad altra occasione il mio supplemento d’indagine.

Ermeneutica del “mah”

Incalzato per i sette/otto minuti di intervallo dalla ragazza che gli siede a fianco e che ha il tono di chi vuole crocifiggere l’interlocutore con recriminazioni di ogni natura, il giovane seduto una fila dietro di me al cinema, le oppone, alla fine, due laconici seppur differenti mah.

A quel punto tra i due cala una plumbea cappa di silenzio, favorita anche dall’inizio del secondo tempo del film. In quell’istante, del saggio uomo arguisco che debba trattarsi, in assenza di inflessioni che ne rivelino la provenienza regionale, di un siciliano della fascia compresa tra capo Passero e Capo Peloro. E lo dico da siculo-orientale, appunto, avvezzo alle vertigini metafisiche a cui lo specifico mah allude, in modo oltremodo pregnante proprio per la genìa di quella specifica area geografica.

785be7fde7c3112bd39737fd7fa8541cSi badi: avrebbe potuto pronunciare un dubbioso boh o persino un resistente bah o alternare al mah uno qualsiasi degli altri due monosillabi. E invece sceglie, secondo me in modo avveduto e premeditato, di risponderle con l’interiezione che più la disarma e che, proprio perché iterata, suona intenzionale, consapevole. Lei avrà speso qualcosa come qualche migliaio di vocaboli per dirle tutto il suo disappunto, lui invece se n’è uscito con una decina di parole in tutto, dapprima precedute da un mah che sembrava voler trasmettere il senso di una sospensione, come una sorta di training autogeno propedeutico a una più articolata replica destinata a rimanere a uno stadio che potremmo generosamente definire “di latenza” (“mah, se lo dici tu…”). Infine, dopo qualche altra battuta della ragazza, con geniale prontezza le assesta il colpo di grazia posponendo invece il monosillabo alla fine della frase (“tutte cose tu stai dicendo, mah!”) e lasciando sottintesa qualsiasi osservazione o giustificazione, anzi esprimendo uno scontento metafisico, uno sgomento esistenziale, un’amarezza più o meno sincera, una rassegnazione che immagino agisse anche da strategia colpevolizzante.

decisamente-mahValutando la gamma delle possibili reazioni femminili, dico tra me che, se le avesse detto boh, l’avrebbe probabilmente offesa per la coloritura di disprezzo e disapprovazione che il monosillabo suggerisce, scatenandole verosimilmente una reazione ancor più veemente oppure, se la percezione di lei fosse stata di una momentanea incertezza del giovane, le avrebbe fornito ulteriore energia per affondare ulteriori colpi a quelli solo provvisoriamente letali assestatigli. Lo stesso dicasi se, per accidenti, lui avesse usato un bah che suona come un’esclamazione di meraviglia, irritante, a dire il vero, dal momento che, per le argomentazioni addotte dalla fanciulla, sembrava assodato, per tutto il tempo del monologo femminile, che non ci fosse alcunché di inequivocabile.

Vitaliano_Brancati

E’ grazie a quei mah che mi è tornato in mente un bellissimo racconto di Brancati intitolato Pipe e bastoni in cui un vecchio fa di quella lapidaria espressione il precipitato di una personalissima visione della vita:

L’unica sua stranezza era una parola ch’egli pronunciava di quando in quando, con un tono così basso, di una dolcezza così profonda nella sua brevità, ch’io ne rimanevo sempre commosso: questa parola era: Mah!
Non c’era, in essa, né sconforto, né dubbio, né gioia, né delusione, o piuttosto non c’era alcuno dei sentimenti umani in misura forte e preponderante, ma un misto assai delicato e profondo di tutti.
Come uno strumento, usato per anni da esperti suonatori, riesce finalmente ad emettere un “la” o un “mi” di rara qualità, così quell’uomo, sperimentato per anni dalla vita, era in grado di mandare un suono particolare, un monosillabo che mi dava ogni volta una scossa ai nervi.
La sua vita era piena di fatti e di esperienze, ma egli non ne aveva ricavato alcuna regola.
Questo lo sottraeva al pericolo di morire fra i proverbi, come tanti altri siciliani.
Molte cose gli erano parse strane, e non era riuscito a capirle.
Ma per ciò non si tormentava la testa, né si credeva in diritto di pronunciare grandi parole come il mistero della vita o l’inconoscibile.
Si accontentava di guardarle attentamente nella memoria, guardarle, riguardarle, e finalmente diceva: Mah!

Non chiedete come finisse il film perché, a quel punto, avevo rinunciato a seguirne la trama da almeno un’ora.

Pupi e paladini

Il dittatore dello stato libero di Bananas sbarca in Sicilia, tra Taormina e Siracusa. Trova porti aperti, anzi spalancati, ma ad attenderlo ci sono siciliani incazzati che, all’esibizione delle sue tronfie e ipocrite pose da conquistador, preferiscono lo sberleffo di chi non ha dimenticato come, non molto tempo fa, il pupo padano avesse auspicato per loro igieniche abluzioni nella lava dell’Etna.

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E reagiscono. Nel modo che più è loro congeniale. Col furore e col riso, gridando la loro rabbia senza però perdere mai il sanguigno senso dell’umorismo che li connota. Come quel ragazzo livido in volto che, sulla spiaggia di Letojanni gli urla contro “si fussi na palumma, ti cacassi nta testa” (trad.: se fossi una colomba, depositerei le mie deiezioni sul tuo capo) o quel vecchietto grondante di sudore che nella piazza Duomo di Catania lo apostrofa con un liberatorio “mi facisti peddiri na jurnata ‘i mari ppi mannariti affanculu” (trad.: mi hai rovinato una giornata che avrei potuto trascorrere coi miei cari, al sole, in riva al mare, costringendomi a venire fin qui per dirti tutto il mio bisogno di mandarti a far visita a quel paese dove il sole invece non batte).

C’è del disperato e dell’esilarante in questa attitudine tragicomica del siciliano, e non si capisce se non si conosce la maschera di un attore, quell’Angelo Musco musco 2in cui si era riflessa storicamente la faccia appassionata e un po’ convenzionale della Sicilia che era stata già del grande Giovanni Grasso. E con essa il retaggio dell’opera dei pupi in cui la povera gente proiettò per anni il proprio bisogno d’evasione da una realtà che non  appaga. Commedia e tragedia, dunque. L’anima del siciliano che si rivela sempre estrema e contraddittoria: ora servile Proteo che sopporta le ferite della Storia e dei regnanti, ora paladino che si riscatta attraverso il riso gioioso, rituale, isterico, che non ha nulla a che vedere con la comicità, ma sale dal basso, si oppone al «serio», come il riso di Aristofane o di Rabelais, di Shakespeare o di Gogol, ed esprime la protesta di coloro che non hanno voce. Diceva Pirandello, parlando di Verga, che “tutti i siciliani in fondo sono tristi perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita”, volendo significare che essi avvertono intensamente quel contrasto tra un animo naturalmente chiuso e diffidente e una Natura “intorno, aperta, chiara di sole”, che acceca fino a togliere la capacità di vedere rivelando in ogni gesto e in ogni parola un “dolore spesso disperato”. E nel senso del tragico dei siciliani si stratificano generazioni ribollenti di collere antigovernative, di disperati e astratti furori ma anche, purtroppo, di altrettanto repentine e umilianti sottomissioni. Un temperamento che sembrerebbe ardente e rivoluzionario (basti pensare ai Vespri e ai Fasci del ’39 o alla rivolta delle plebi oppresse di Bronte contro i galantuomini e i cappelli, di cui parla Verga in Libertà) ma continuamente smentito dalla Storia, dall’oppressione di un passato feudale e conformista, dal peccato originale di una vocazione reazionaria di cui non ci si è mai liberati.

Scriveva il siracusano Sebastiano Aglianò che è difficile incontrare in Sicilia personalità complete e riposanti, vale a dire uomini sicuri di una pace interiore, sicché anche l’umorismo siciliano ha qualcosa di nervoso o di amaro. I siciliani sono, infatti, da sempre avvezzi a un senso luttuoso dell’esistenza, ma fra il tragico e l’idillico, che sono i due veri poli dell’anima isolana, si insinua di tanto in tanto un temperato umorismo che facilmente si esaspera in grottesco e che raramente è derisione – e difatti il siciliano sa essere auto-ironico – piuttosto è espressione di benevolenza, percezione di armonia, sentimento di espansione vitale. Una siffatta implicazione vitalistica – cioè l’istinto insopprimibile di riaffermare, periodicamente e simbolicamente, il “principio del piacere” sul “principio della realtà”, unita allo spirito mistificatorio, alla spiccatissima vocazione teatrale del siciliano, spiega quel tanto di profano e di carnevalesco che affiora anche nelle manifestazioni più autentiche del sentimento religioso; IMG_8103aabasterebbe assistere almeno una volta a una processione di S. Agata o a un festino di S. Rosalia per rendersene conto. Quello stesso sentimento della vita, che certo non ignora la dimensione ludica e festiva, gioiosa e sensuale, quasi sempre nasconde, infine, un risvolto malinconico e acre, luttuoso e tragico: l’anima del tragidiaturi, vale a dire colui nel quale prevale la “scienza del peggio”, una visione delle cose risentita e perplessa e che ritorna, più o meno invariata, nei principali esponenti della letteratura isolana, da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa. Ma chi capì meglio il modo di esprimere la malinconica apatia e la solare seduzione di questa natura fu forse Nino Martoglio quando cercò di dar vita a un teatro diverso da quello portato in giro da Giovanni Grasso: non più drammi truculenti di gelosia e di sangue, ma opere originali in cui il comico si mescolasse col tragico e tutti gli aspetti della realtà fossero fedelmente riprodotti. Perché un’operazione del genere avesse successo occorreva un grande attore che con la voce, i gesti, la mimica del volto, fosse in grado di passare subitaneamen­te dalle lacrime al riso: e quest’attore fu appunto Angelo Musco.

Nella sua comicità, come scrisse Sciascia, c’era “come un margine di intraducibilità; un mar­gine che si restringe e quasi scompare […] per una eclatante vitalità, per il suo assommare e sintetizzare il comico della vita così come Giovanni Grasso, in un teatro di Odessa, parve al giovane Isaac Babel assommarne e sintetizzarne il tragico”.

Sicilia sconosciuta (da “La Sicilia”, 26 novembre 2016, p. 16)

Solo un lettore distratto scambierebbe Sicilia sconosciuta (Rizzoli, 2016) di Matteo Collura per una guida turistica come altre che affollano la sezione “Viaggi” delle nostre librerie, e non solo perché gli “itinerari insoliti e curiosi” che propone escludono in molti casi le canoniche mète del turismo di massa, ma soprattutto per il taglio che l’autore – scrittore, saggista e storica firma della pagina culturale del “Corriere della Sera” – ha inteso dare alla cartografia che delinea. Ne vien fuori la mappa di una terra vissuta passando in rassegna personaggi, luoghi, libri, ombre, edifici, relitti, echi e bagliori cui dà voce attraverso citazioni che esaltano la stratigrafia della cultura isolana.

9788817088053_1_0_1390_80La Sicilia, avvisa Collura in premessa, è “un sistema di isole contenute in un’isola”, affermazione questa che contiene e contempla altri precedenti, da quello di Giuseppe Antonio Borgese che nella sua Introduzione al volume Sicilia del Touring Club la definiva “un isola non abbastanza isola” a quella di Gesualdo Bufalino che, con Nunzio Zago, intitolava Cento Sicilie una pregevole antologia dei modi in cui la Sicilia era stata raccontata, convinto che essa “prima di essere un’anagrafe geografica, fosse essenzialmente una condizione morale”. E in quell’idea si racchiude anche il senso del libro di Collura che è anche un “racconto”, quasi che solo nelle spire di un’aerea trasvolata affabulatrice su un immenso patrimonio culturale, non priva però di rigore storico-critico e documentario, possa esserci l’unica e autentica possibilità di cogliere, come in un lampo, la ricchezza e la complessità della materia in questione. Discorso infinito, quindi, che si può solo riprendere, rilanciare, aggiornare, come fa l’autore attraverso la riedizione di un suo libro fortunato uscito per la prima volta nel 1984, ma successivamente riedito altre due volte con aggiornamenti e documentazioni fotografiche d’autore. Nella sua più recente veste, le nuove acquisizioni e le splendide foto di Melo Minnella esaltano i percorsi che attraversano le province siciliane, passando dall’itinerario architettonico palermitano sei-settecentesco del geniale scultore Giacomo Serpotta a quello rupestre che incombe sul mare messinese di Milazzo, dal magico e barocco catasto etneo alla Sicilia “lombarda” e medievale che orbita attorno al capoluogo ennese, dai reticoli lapidei della contea ragusana alle zolfare delle terre nissene addentate, nel passato, dalla morsa dell’usura del latifondo, dalle fonti siracusane dei papiri alla girgentana e pirandelliana zona del Caos fino alle isole trapanesi che scontornano l’isola grande.

9788817088053_2_0_1388_80Luoghi della memoria. Luoghi, insomma, come geografia dell’anima, addirittura come personaggi d’un racconto, protagonisti dell’imago Siciliae, più che semplice quinte letterarie. Gioacchino Lanza Tomasi, nel suo Luoghi del Gattopardo, insisteva molto sul rapporto, strettissimo e quanto mai inquieto, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e, appunto, “i luoghi” in cui, per lo scrittore, “si racchiudeva la felicità”: il palazzo Lampedusa di Palermo distrutto da un bombardamento nel ‘43, il palazzo Cutò di Santa Margherita Belice (la Donnafugata del romanzo), ma anche le terre, i palazzi e i conventi teatro della vita degli avi Lampedusa a Palma di Montechiaro o, ancora, il rifugio di Villa Piccolo a Capo d’Orlando, il palazzo di via Butera in cui ricostruire, con poche suppellettili superstiti, gli interni della casa di famiglia e in cui vivere gli ultimi anni. In modo analogo, Collura ci restituisce un baedeker emotivo su un’isola-continente che si offre al lettore come un saggio narrativo, abbracciando nello stesso coversguardo tutto un mondo fatto di letteratura e di storia per il quale nutre un sentimento ambivalente, sospeso tra passione e disincanto, nella contemplazione di tesori che la Sicilia esibisce, ma spesso occulta, e rispetto ai quali l’autore si lascia andare qua e là a qualche rampogna per lo stato in cui vengono conservati o per l’inaccessibilità che li espropria alla curiosità del visitatore. Una Sicilia, insomma, non retoricamente abbarbicata allo stereotipo di locus amoenus, ma come una terra da cui evadere per farvi poi ritorno infinite volte con l’animo; una terra, per dirla con Borgese, che “scapiglia la fantasia solo se vista da lontano” perché se osservata da vicino, “chiude la bocca e il cuore”.