In principio era Pelé

Fu Gianni Rivera a dire che “se il calcio non fosse esistito, Pelé l’avrebbe inventato”. In questa semplice frase si racchiude forse il senso e l’importanza di quell’immenso calciatore che è stato Edson Arantes do Nascimento. Che è come dire che questi è pre-esistito al calcio stesso, non al gioco in sé, ma a quello “spirito” che ci fa ancora sentire – da appassionati, da tifosi, e nonostante tutto, nonostante questo sport sia diventato altro da ciò che era in origine – parte di un Tutto più grande di cui possiamo ancora dirci devoti. Non per nulla si parla di “fede” calcistica, perché il calcio è come una religione, un grande sentimento popolare che si sviluppa e si tramanda, esattamente come avviene per i culti.

Anche la Chiesa cattolica ha travisato, nell’ipertrofia delle sue gerarchie e dei suoi apparati, il senso e il messaggio evangelico originario, eppure sono miliardi le persone nel mondo che vi si riconoscono con semplice, immediata, elementare adesione. E così è pure col rutilante mondo del pallone in cui non bastano le centinaia di persone morte per costruire i templi di quel giubileo laico che sono i Mondiali a far disaffezionare i devoti del dio. Non suoni blasfemo il paragone, ma il calcio, questo moderno oppio dei popoli, vivrà sempre, fin quando al più smaliziato e ingenuo dei bambini verrà istintivo il gesto di dare una pedata a una palla di carta, a un sasso, a un barattolo che si troverà davanti ai piedi. All’origine del gioco c’è un pallone che rotola, che scorre, c’è il panta rei di Eraclito che, nel caso di Pelé, diventa O Rei: il re. Il re è un bambino e non c’è niente di strano perché Dio stesso non è, forse, un bambino?

Che senso ha, perciò, paragonare grandi campioni dello sport come Pelé e Diego Maradona, o come Gino Bartali e Eddy Merckx per il ciclismo, Mark Spitz e Michael Phelps per il nuoto, Kareem Abdul-Jabbar e Michael Jordan per il basket, nell’inutile e insensata sfida per stabilire chi sia stato il più grande? Si può forse affermare che, in arte, Caravaggio abbia superato Raffaello, o in poesia Petrarca stia un gradino sopra Dante?

Pelé stava al calcio come la poesia alla letteratura. Era la Parola rivelata, il quid a cui questa allude. La caratteristica della parola poetica non è quella di dire, ma di rivelare, nel senso di aprire mondi non soltanto per quello che significa letteralmente, ma per quanto è in grado di evocare con il suono, con il movimento dei versi, con gli accenti, con il disegno delle lettere sul foglio bianco. Il rettangolo di gioco era, per Pelé, il foglio bianco e su questo lui non scriveva semplicemente, ma danzava, con inconfondibile grazia ed equilibrio, con tutto il suo corpo, fino a diventare egli stesso Poesia e, come questa, possibilità. Come per la Vita, come per l’Arte. Perché il calcio è questo, un’esperienza che si rinnova e di cui nessuno è padrone, tali e tante sono le possibilità e gli esiti che offre, come avviene per la vita di ognuno o per l’amore, di cui anche sforzandoci non possiamo governare tutto.

Pelé sta al calcio come Platone alla filosofia, nel senso che tutto quello che è venuto dopo di lui è stato un corollario, una nota a margine, perché lui era IL CALCIO e i vari Maradona, Ronaldo, Messi, Mbappé, e prima di loro Cruyff, Beckenbauer, Baggio, sono serviti e servono a ripensare, a verificare, a capire l’essenza, la storia che da quel Padre origina. Ci offrono, cioè, la possibilità di comprenderlo. La dialettica di Hegel vale quanto un dribbling di Maradona, ma in principio era Pelé, cioè il “divino” Platone, come veniva detto nel Rinascimento.

Di lui, per ragioni anagrafiche, non posso ricordare le partite, se non per averle viste in filmati di repertorio, dopo il suo ritiro. Ma un’immagine ce l’ho, viva e presente, potente come poche, e non è quella di una partita reale: è la rovesciata che si vede in Fuga per la vittoria, il film di John Huston del 1981. Studente liceale, appassionato già di cinema, passavo allora il pomeriggio di ogni mercoledì a un cineforum che si organizzava al cinema Garibaldi, nel mio paese d’origine.

Quel film racconta la “partita della Morte” giocata nella Parigi occupata dai tedeschi, nel 1943, tra la squadra della Wehrmacht e una selezione di alleati prigionieri. Lo scopo è propagandistico, ma la Resistenza escogita un piano: far evadere i prigionieri nell’intervallo tra primo e secondo tempo. L’esito dell’incontro sembra scontato, tanto scandaloso è l’arbitraggio, ma al momento di fuggire i calciatori, e tra questi il personaggio immaginario di Luis Fernandez, interpretato proprio da Pelè, pur di non perdere la partita, ritornano in campo e raggiungono un eroico pareggio proprio con un bellissimo gol in rovesciata di “O Rei” che fa alzare in piedi ad applaudirlo persino un generale tedesco. Alla fine, il pubblico al grido di «Libertà, libertà», al suono della Marsigliese intonato in coro, invade il campo e i giocatori, confondendosi tra la folla, riescono a fuggire. I tedeschi che, fino a quel momento, si erano illusi di avere il controllo del gioco e della vita di quei prigionieri, ne escono avviliti. Quel gol fantastico li ha condannati alla sconfitta, rivelando tutta la debolezza del regime totalitario.

Ecco, quel gesto atletico inesistente, non conteggiato ovviamente nella straordinaria carriera di Pelé, è per me quello più bello che ricordi. E l’intuizione di Huston è straordinariamente commovente nella sua semplicità che ci dice che il calcio è sì un gioco, fin quando siamo liberi di giocare, ma quando perdiamo la libertà, rivela tutta la sua carica umana, finisce di essere solo una distrazione o un divertimento e diventa critica del Potere, espressione della pluralità e, a un tempo, dell’esperienza individuale: il terreno di incontro di opposte concezioni del mondo e dei rapporti morali. La supplica che Pelé/Fernandez rivolge al suo capitano Hatch (interpretato da Sylvester Stallone) affinché giochino fino alla fine la loro partita, mi fa ancora venire i brividi: «Hatch, se scappiamo ora, perdiamo più di una partita. Ti prego Hatch».

Dal giorno in cui vidi quel film, Pelé mi si è disegnato nella mente così, come un campione della possibilità, della fantasia, dell’azzardo, le stesse qualità con cui ha affrontato l’ultima e più difficile partita, quella con la Morte. Un incontro fatalmente destinato a un risultato scontato, ma che lo consegna finalmente all’eternità della Storia e della Libertà.

Gaetano, l’antidivo

La fine è nota: la carriera di uomo di Gaetano Scirea si concluse fatalmente tra le lamiere di una vecchia Fiat 125 in fiamme il 3 settembre 1989, lungo un’anonima strada di Babsk, in Polonia. Quella del calciatore invece si era conclusa un anno prima, all’età di 35 anni, al termine della stagione 1987-88, dopo 377 partite di campionato e 552 totali con la maglia bianconera.

20190925_1212552059088197119491478.jpgVedere la mostra a lui dedicata, all’interno dello Juventus Museum, significa arrendersi alla nostalgia, immergersi in una vasca di decantazione che separa frammenti di un’umanità e di una civiltà che stentiamo a riconoscere negli atleti di oggi. Il rimpianto è anche quello per un’epoca in cui il calcio non si era ancora trasformato definitivamente in show business e i campioni erano sì idoli delle folle – come lo erano stati Sivori, Riva, Facchetti, Rivera, Zoff, Baresi – ma da antidivi, da “tipi che parlano piano” come cantarono gli Stadio in una canzone (Gaetano e Giacinto) dedicata proprio a Scirea e Facchetti, sommessi interpreti di un understatement inconcepibile per i procuratori e gli sponsor delle odierne star dell’universo pedatorio.

Scirea, con quel prominente nasone che torreggiava sotto le sopracciglia perennemente aggrottate, era un bizzarro connubio di sobria eleganza e buona educazione, di pudica mitezza e rara lealtà (tra i suoi record, uno di quelli che a mio giudizio spicca di più è il non essere mai stato espulso durante una partita). “Un angelo piovuto dal cielo”, a detta di Enzo Bearzot che fu il c.t. della nazionale che vinse il nostro più bel Mondiale, quello dell’82, la nazionale di cui Scirea diventerà capitano 4 anni più tardi. Primo in assoluto ad aver vinto tutte le competizioni per club, il suo fu un palmares da far invidia ai campioni di ogni epoca. Era fortissimo, ma troppo umile anche solo per pensarlo, la sua vera forza essendo la normalità, il senso del pudore che gli derivava dalla consapevolezza di essere, in quanto calciatore della Juventus, un privilegiato, magari non con la potenza atletica di un Ronaldo o la destrezza di un Messi, ma riuscendo lo stesso a ritagliarsi un ruolo – quello del libero moderno o meglio del difensore con i piedi da regista – di cui resterà tra i massimi interpreti nella storia, talmente perfetto nella lettura delle situazioni di gioco da essere il compagno di gioco più affidabile. Nella tradizione calcistica precedente, almeno dai tempi del mitico Virginio Rosetta che fu una specie di Scirea degli anni Trenta, il libero poteva difettare di dinamismo dovendo essere essenzialmente un abile difensore pronto a chiudere sull’avversario e intelligente a prevedere. Gai invece univa a queste caratteristiche la rapidità nello sganciamento, l’appoggio, la capacità di dettare i tempi dell’azione e lo faceva con una semplicità e un’eleganza che gli riusciva naturale. Tutti ricordano il gol di Tardelli nella finale mundial vinta contro la Germania, ma quanti saprebbero dire che nacque da un fondamentale colpo di tacco e poi da un assist di Scirea che, mentre il compagno esplodeva nella gioia incontenibile di un urlo che qualsiasi spettatore a distanza di 37 anni  saprebbe riconoscere, si limitò ad alzare semplicemente un braccio?

Al giorno d’oggi è difficile vedere calciatori che non siano patologicamente innamorati della propria immagine e che quando parlano non amino ascoltare la propria voce; Scirea, al contrario, rinunciava alla propria continenza verbale solo per dire cose di un’esattezza dettata da elementare buon senso. Nel chiasso mediatico dei nostri tempi, una figura di calciatore così non troverebbe spazio.  Certo, di atleti straordinari è pieno il mondo del calcio anche ora, ma si tratta nella maggior parte dei casi di mercenari; ciò che rimpiango non è solo un campione quasi “per caso” come Gai, ma tutta un’epoca e uno spirito che l’intellettuale uruguaiano marxista Eduardo Galeano ha efficacemente riassunto così: download“La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. Mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo […] il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende”.  E Scirea, nella sua “inutile” sobrietà e semplicità era essenziale per tenere in vita un ethos ormai irrimediabilmente perduto.