«Sempre tesi! Sempre tesi!»

Nella fattispecie, non è il mantra declamato durante un comizio dal noto personaggio dell’onorevole di Carlo Verdone, ma l’esclamazione che mi viene spontanea nei giorni dedicati interamente alla correzione delle tesi di laurea e degli elaborati dei miei allievi: «Sempre tesi!». Mi sembra di non finire mai di leggerne. E leggendole mi chiedo sempre se sarò riuscito a far capire loro cosa mi aspetto. Provo allora a spiegare il cosa e il perché di quello che è, o dovrebbe essere, il lavoro che corona i loro studi. Il come fare la tesi è un’altra faccenda, un po’ più complicata, che lascio per ora da parte.

Intanto, e mi riferisco agli studenti dei corsi di laurea triennali, non chiamatele tesi. L’attuale ordinamento universitario prevede per il primo ciclo di studi lo svolgimento di una prova finale. Si può sicuramente disquisire sull’infelicità dell’espressione, dal momento che la denominazione fa pensare a qualcosa di definitivo, minaccioso e inappellabile: una sfida da giorno del giudizio, dopo la quale sembrerebbe che tutto abbia termine quando invece il bello deve ancora venire. Altre prove vi attendono, cari studenti, ben più difficili e ansiogene (pensate anche solo a quanto sarà difficile sottoporvi al giudizio dei vostri futuri suoceri o alla pazienza che dovrete dimostrare nel tollerare alcuni vostri futuri colleghi di lavoro). Chi poi sceglierà l’upgrade di un ciclo magistrale si troverà, dopo aver sostenuto tutti gli esami previsti dal suo piano di studi, a svolgere la vera e propria tesi di laurea che è un lavoro di ricerca ben diverso da quello svolto nel triennio. 

Il primo dei dilemmi di uno studente è però relativo alla tempistica con cui mettersi alla ricerca di un relatore anche perché egli è ben consapevole che lungo e tortuoso sarà il giro delle parrocchie per elemosinare l’attenzione e la disponibilità di un docente che lo accolga ed assista nel periglioso viaggio verso il cosiddetto “pezzo di carta”. Sa bene, perché si sarà già confrontato con i propri colleghi, che il professore Tale “non accetta studenti che non abbiano almeno la media del 29”, la professoressa Talaltra segue già tre o quattro studenti e quindi (a suo dire) “ha già troppi tesisti”, il professore Tizio sdegna chiunque abbia sostenuto l’esame della propria materia con una votazione inferiore al trenta e lode (ma, attenzione, va bene anche senza bacio in fronte) mentre l’assistente che fa da filtro all’oberatissimo presidente del corso di studi sulla “Fenomenologia delle caramelle gommose” metterà sull’avviso lo sventurato giovane del fatto che dovrà lavorare almeno tre anni a un elaborato minimamente dignitoso, per produrre il quale è bene che sappia che dovrà consultare una trentina di biblioteche sparse almeno in uno dei due emisferi del globo terracqueo.

Niente paura. Il panico risparmiatelo per altre cose, per quando, ad esempio, dovrete superare l’angoscia del foglio bianco. Siate consapevoli, intanto, che scegliere il momento in cui cominciare a pensare alla tesi (la chiamerò sempre così per comodità) dev’essere la conseguenza di un’attenta auto-valutazione del proprio percorso che tenga conto dei tempi di studio che solo lo studente conosce e della pianificazione accurata delle tappe che lo porteranno all’esame conclusivo. Mettetevi davanti il vostro piano di studi e iniziate a contare: quanti esami restano in carriera? quanti appelli avrò a disposizione? in quale di di questi sarà plausibile che supererò gli esame di profitto?

Calcolate eventualmente le variabili che possono incidere in queste misurazioni: che possibilità concrete sussistono perché il docente nevrotico che vi ha già bocciato due volte possa, il giorno dell’esame, essere in un inaspettato stato di grazia che lo indurrà conseguentemente a graziarvi anche se non avete studiato? quanto saprete resistere, fino alla data dell’appello, alla tentazione di chiamare la collega o il collega di cui siete inutilmente infatuate/i per chiederle/gli di (far finta) di prepararvi insieme all’esame piuttosto che disattivare il sistema ormonale, per il tempo strettamente necessario, attivando al contempo solo quello cerebrale che vi consenta un’esclusiva e propedeutica full immersion nello studio? Cose così, insomma, che a uno studente già addestrato all’esercizio critico non dovrebbero risultare ostiche da considerare. Una volta che si avrà chiaro tutto questo, sarà più facile immaginare la sessione di laurea cui concorrere, tenendo presente anche il tempo necessario per la realizzazione delle fasi in cui si articola un progetto di tesi.

A quel punto, sorge spontanea la Madre di tutte le domande: «su cosa fare la tesi?». Non nascondiamocelo: spesso gli studenti non scelgono l’argomento, ma il docente. E per ragioni tra le più disparate: la disponibilità, la preparazione che gli si riconosce (per reputazione o per prova), la simpatia, il carisma, il ricordo delle sue lezioni, il voto preso all’esame con lui, il passaparola, la disperazione per il fatto di non averne trovati altri… Fatto è che scegliere un argomento significa comunque scegliere anche il relatore. Qualunque siano le motivazioni in gioco, è bene però che il giovane sappia che essere scelti dipende anche da come si riuscirà a essere convincenti agli occhi del professore il quale, che ci crediate o no, aspira anche lui ad essere scelto da studenti che si dimostrino brillanti, preparati, motivati. Vi assicuro che, nell’arco di una carriera, non sono poi tanti i giovani di cui si potrà orgogliosamente dire: «è una/a mia/o allieva/o». Per questo è importante non mostrare di avere idee confuse su cosa si vorrebbe fare e sulle concrete motivazioni.

Fatta eccezione per i casi in cui – ma questo dipende dai vari contesti universitari – l’approccio è di tipo burocratico, regolato cioè da automatismi d’ufficio, soprattutto nei dipartimenti umanistici lo studente può contare su un approccio più flessibile e dialettico che consente una maggiore possibilità di mediazione col docente. Personalmente cerco sempre di “studiare” chi ho di fronte, parlandoci a lungo, chiedendo dei suoi interessi, anche di quelli extra-universitari, perché è proprio dal modo in cui parla che mi faccio la prima idea di come pensa. Non mi piace imporre degli argomenti, cerco sempre di porre delle alternative, di mettere un giovane in condizione di scegliere di cosa interessarsi. Da chi non dimostra subito curiosità o motivazione, so già che non dovrò aspettarmi più del diligente adempimento di un compito. E, per carità, va bene pure quello. Studi, scrivi, correggo, consegni, discuti, arrivederci e grazie. Ma, dal momento in cui scegli un professore e un argomento da studiare, inizia un rapporto che, come accade per qualsiasi tipo di relazione, non sarà mai univoco.

Ci sarà perciò il laureando che definisco Bimby, dal nome di una famosa macchina da cucina che ha di caratteristico questo: ci metti dentro tutti gli ingredienti, la metti in funzione, ti occupi d’altro e, alla scadenza del tempo assegnato per la cottura, ti serve il pasto già cucinato. Soluzione comoda, ma ben lontana dal farti dire che sai cucinare o che hai uno chef tra i fornelli. Qual è il vantaggio? Risparmi tempo, se non ne hai molto a disposizione. Tutto qui. Lo studente Bimby è quello che non si fa domande, accetta tutto ciò che gli proponi, si consegna mani e piedi a te e chiede solo che tu gli dia tutta la materia prima che dovrà elaborare (argomento e bibliografia), imposti funzioni di cottura (metodologia di ricerca, suddivisione del lavoro in capitoli e paragrafi) e timer (scadenza di consegna) e aspetta solo che tu prema il pulsante di accensione. Esegue solamente ciò che il docente ha stabilito e non si preoccupa del tipo di apporto originale ed autonomo che può dare alla ricerca.

C’è poi il laureando Masterchef, quello a cui tu metti davanti tanti ingredienti tra cui scegliere. Lui cerca di sondarne fino in fondo le caratteristiche organolettiche, di intuirne le possibili combinazioni in funzione di un risultato, e lui prova, valuta, azzarda, mosso dalla curiosità e dalla passione, da una disposizione attiva e propositiva che non ha come obiettivo l’eccellenza, ma la costante tensione versa essa. Non ha la pretesa di imporre qualcosa, di proporre invece sì. Ma spiegando cosa vorrebbe cucinare e come pensa di farlo (tempi, contenuti, metodi, letture e studi propedeutici). Dopodiché cerca di far capire al docente che sa quali strumenti usare e quali passaggi sono necessari per lavorare le materie prime, e gli fa capire che colui che ha davanti non è il trainer che dovrà assegnargli gli esercizi da fare, ma il consulente a cui chiedere dritte (dove trovo quella spezia che mi manca? quanto mi conviene lavorare quell’impasto senza correre il rischio di farlo impazzire?) solo perché più esperiente.

Lo studente Bimby forse si laureerà presto (come chiedono mamma e papà), ma nella misura in cui avrà scelto di studiare in ragione di necessità che prescindono da un proprio progetto di sviluppo personale, avrà perso la bella opportunità di far diventare la propria tesi l’occasione per aumentare e raffinare le proprie conoscenze, capacità, relazioni che non appartengono solo al contingente, ma che dovrà comunque prima o poi imparare a sviluppare nei contesti sociali e lavorativi in cui penserà di inserirsi ed affermarsi. Parlo di capacità di relazione, organizzazione, analisi, decisione ed espressione.

Perciò, al prossimo studente che verrà a chiedermi la tesi, mi sento di chiedere solo: che tipo di laureando vorresti essere?

Corsi e ricorsi in appello

Dove l’appello è quello d’esame, i corsi quelli di studio e i ricorsi sono quelli storici degli errori, dei lapsus linguistici, degli sproloqui alle verifiche finali degli studenti. Ne ho già scritto in altre occasioni (vd. Son tutte belle le spade del mondo e La ringrazio per il disturbo), e quest’ulteriore perciò si configura come un nuovo tassello (una “gionta” avrebbe scritto Ariosto) di quella che inizia ad assomigliare vagamente a una saga (non “sagra” come ho sentito a un esame).

Lungi da me l’idea di voler infierire: ci tengo a precisare che adoro TUTTI i miei studenti, da quelli brillanti a quelli che si arrangiano, da quelli che ti rivelano un mondo interiore inimmaginabile (se solo riesci a vincere la loro introversione), a quelli estroversi che non si danno mai per vinti e suppliscono alle loro defaillances con esilaranti motti di spirito, da quelli tenaci e determinati, ligi alle consegne e severi con sé stessi, a quelli più approssimativi e “lagnusi”, disordinati ma con guizzi improvvisi di genialità. Mi metto sempre nella condizione di voler apprendere anche quando sono io ad insegnare, ognuno di loro è una sfida diversa, perciò mi incuriosiscono al punto da farmi considerare il mio lavoro il più stimolante e bello che io potessi fare. Perciò li rispetto sempre, molti di loro lo capiscono e non si sentono sottovalutati. Mi è capitato (ma non me ne faccio un vanto) chi mi ha sorriso anche dopo un esame andato male perché non si è sentito maltrattato per quello (ripeto sempre che a punirci o o a promuoverci ci penserà la vita e non un professore), chi mi ha ringraziato a distanza di tempo per una bocciatura, o chi mi ha confessato di avermi odiato per un voto basso che riteneva di non meritare, salvo poi riconquistarne col tempo la simpatia e la confidenza. Molti anni fa, quando insegnavo a scuola, ebbi per alunna anche una mia bravissima collega che oggi insegna russo nel mio dipartimento; allora le diedi 4 in un’interrogazione di latino e ne ridiamo sinceramente tutte le volte che ci incontriamo. Io sostengo che sia stato proprio quell’episodio ad averla incoraggiata e che dovrebbe essermi grata per aver capito verso dove indirizzare i propri interessi.

Senza-titolo1Detto questo, non riesco mai a trattenermi dall’annotare quanto di buffo ascolto ai colloqui d’esame o leggo nelle prove scritte degli studenti, non per comporne uno stupidario tra tanti di ogni genere, ma per conservarli nel cassetto dei ricordi lieti assieme a tanti momenti felici che hanno definito il mio essere ciò che sono – qualunque cosa io sia – come sono state quelli della mia adolescenza e della mia giovinezza, con tutte le ingenuità che l’hanno zavorrata, gli amori, i miei figli e l’illuminazione dell’essere padre, le passioni indomabili come quelle per la letteratura e il cinema, per i Beatles e Marilyn Monroe, per il basket e per la Juventus. E per quella nobile, seria, delicata responsabilità che è l’insegnamento.

Mi fa sorridere benevolmente, quando ne sento il bisogno, richiamare alla mente quelle volte in cui uno studente, sollecitato a dirmi quale fosse l’ultimo libro letto, ha cercato di far colpo dicendomi quanto avesse amato L’amico di TROVATO di Fred Ulhman o IN MEMORIA di Adriano della Yourcenar, Anna KARENÌNA di TOSTO o Le notti bianche di DOSTOI. E ancora le impervie e improbabili descrizioni di tragedie e crisi esistenziali di autori dalle biografie violentate (“Saffo era il dio dei venti che si suicida perché non riesce a realizzarsi sentimentalmente”; “Ippolito Nievo morì alla tenera età di trent’anni”; “Pavese si suicidò… come Croce”). Come pure la confusione ingenerata dallo studio matto e disperatissimo dei nostri tre maggiori autori italiani – Dante, Petrarca e Boccaccio – “le tre COROLLE che la nostra grande letteratura può vantarsene” – e che fa finire con l’attribuire all’autore del Decameron i componimenti del Canzoniere (Boccaccio in questo sonetto, il 234, parla della sua cameretta la quale in passato, cioè prima della morte di Laura, fu un rifugio di giorno per i suoi pensieri, di notte per le lacrime”) o sintetizza, come in un mash-up, i “canti di Boccaccio” e le “ottave di Dante”. La qual cosa accade con frequenza ogni qual volta si chiama in causa anche Foscolo e il suo immortale “carmo” Dei Sepolcri in cui l’inelluttabile verso “e tu gli ornavi del tuo riso i canti che il lombardo pungean Sardanapalo” scatena ardite congetture sull’identità in questione (“il protagonista del Giorno di Parini”; “un allievo di Parini, autore della Divina Commedia“; “un re assiro di discendenza longobarda”).platone-anteprima-500x430-697438

C’è la studentessa che risponde senza rispondere, semplicemente aggirando la domanda, perdendosi nei sentieri della divagazione, e che al mio “…sì, d’accordo, ma poscia?” replica piccata: “no, professore, Poscia non c’era nel programma, io sono arrivata a Manzoni….eh!!!”. Che fa un po’ il paio con quello che ti dice “D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NIETZSCHE” (pronunciato come si scrive, tipo spelling) e alla correzione del docente che osserva “Nicce, si dice”, replica “ha ragione, professore: D’Annunzio prese la concezione del superuomo da NICCESIDICE” . O con chi, prendendo appunti durante la lezione, trascrive un mio “…perché, Marx docet…” in “Marx Docet sostiene che…”. Càpitano a volte anche imbarazzanti risvolti hard come quando ti dicono che “l’autore ha sodomizzato il concetto” o quando ti parlano dell’emisticChio di Dante (questa la capiranno solo i siciliani). Accade di scoprire che nell’IliadeAchille abbandona la moglie Diomede per seguire Ulisse nelle sue avventure” o che gli studi erùditi di Petrarca” lo abbiano portato ad “adottare una poetica separatista”.  Originali azzardi filologici o linguistici ci dicono che il Todo modo di Leonardo Sciascia debba il suo titolo all’espressione “Todo modo para bailar e non a Ignazio di Loyola (qualcuno lo ha citato persino come Sant’Ignazio Toyota”) che negli Esercizi spirituali scrive “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Invitata a fare un’analisi retorica di un paio di versi, una studentessa ritenne di potervi rinvenire una enaiàsg e, al mio palese smarrimento, ci tenne a precisare che sul manuale c’era scritto enallage e che lei si scusava per la sua pronuncia francese.

Questo mio interesse è noto ad amici e colleghi tanto che essi stessi, sovente, mi segnalano bizzarrie linguistiche e concettuali che è capitato loro di poter documentare. E non solo agli esami di Letteratura italiana. Così ho annotato anche quelli di cui non sono stato testimone diretto, ma sulla cui veridicità non ho motivo di dubitare per la credibilità che riconosco alle mie fonti. Credo perciò che sia accaduto davvero che ci sia stato chi abbia parlato agli esami delle “Lobotomie del paradiso, cave siracusane dove vennero chiusi i prigionieri ateniesi” o che qualcuno abbia riconosciuto in Noam Chomsky “un giornalista dei new media”.esami-esami-ovunque-554x300

Non sempre i suddetti svarioni giustificano una bocciatura anche perché chi valuta cerca di tenere in debito conto l’emozione dell’esame e l’ansia del candidato, ma con tutta la benevolenza del caso, talvolta la censura è inevitabile. Potrebbe irritarmi solo l’arroganza di chi non vuole ammettere di dover consolidare la propria preparazione, come altri suoi colleghi hanno utilmente fatto, e che magari replica, come mi è accaduto, accusandomi di averlo preso di mira come “capo ispiratore della situazione”. Mi intenerisce, al contrario, lo studente respinto che comprende la natura delle proprie lacune e ammette l’inutilità di “piangere ormai sul latte macchiato”.

Quello invece che la sfanga potrebbe arrivare a chiederti se debba firmare il verbale d’esame “per disteso” e, a quel punto, a trapanarti la mente è il dubbio sulla necessità di ulteriori supplementi d’indagine.