Amare è un po’ pregare

Parlando di Dante, Beatrice e Francesca durante una lezione, ho chiesto ai miei studenti se credessero al “colpo di fulmine” e li ho visti fare timidi cenni di assenso, quasi avessero il sospetto che volessi sentirmi dire che non esiste o che tra questo e il clamoroso abbaglio corre un discrimine sottile. Non ne sono rimasto né sorpreso né deluso, non mi aspettavo niente di diverso perché sono convinto che la loro età, a differenza della mia, non possa tollerare ancora alcun tipo di disincanto. E quindi m’intenerisce la fiduciosa disposizione all’attesa di quel momento, di quell’istante – direbbe Ivano Fossati – «in cui scocca l’unica freccia / che arriva alla volta celeste / e trafigge le stelle». Nella canzone in cui lo dice – C’è tempo – pochi versi dopo aggiunge: «È il medesimo istante per tutti / che sarà benedetto, io credo / da molto lontano».

Un momento benedetto. Da chi, se non da Dio stesso? E mi viene in mente uno dei miei livres de chevet, il Canzoniere di Petrarca, in cui c’è un sonetto che amo particolarmente, che dell’amore è la benedizione e la preghiera.

Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et l’anno, / et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, e ’l punto, / e ’l bel paese, e ’l loco ov’io fui giunto / da’ duo begli occhi che legato m’ànno;

Petrarca dedicò una vita, quasi quarant’anni anni, a perenne gloria e memoria non di un giorno (il 6 aprile 1327), ma addirittura di un unico istante, un punto: quello in cui, per la prima volta, i suoi occhi incontrarono lo sguardo di Laura. Per tutto il Canzoniere il suo unico intento si direbbe essere proprio questa bizzarra pretesa: quella di fare storia proprio di ciò che non è intrinsecamente storicizzabile, di dare durata a ciò che durata non ha. Un istante. Anzi, benedice quel momento, e la sua è una preghiera profana intonata con una formula, il benedicite del biblico Canto di Daniele, che nella liturgia evoca il cantico dei tre fanciulli babilonesi, recitato nelle laudi dei giorni domenicali e festivi come invito rivolto a tutti i fedeli e a tutte le creature a elevare lodi di gratitudine a Dio («Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri… Benedetto il tuo nome glorioso e santo… Benedetto sei tu nel tuo tempio santo… Benedetto sei tu nel trono del tuo regno… Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini… Benedetto sei tu nel firmamento del cielo…»).

Solo che nel sonetto LVI il Dio di cui si parla è Amore e i fedeli sono tutti quelli di stilnovistica memoria. Non è l’unica benedizione che Petrarca pronuncia a quell’indirizzo, se ne contano più di una decina nel Canzoniere che testimoniano del fatto che non siamo di fronte solo alla strizzata d’occhio nei confronti di un modello coevo – quello boccacciano del Filostrato («E benedico il tempo, l’anno e ‘l mese, / il giorno, l’ora e ‘l punto che costei / onesta, bella, leggiadra e cortese, / primieramente apparve agli occhi miei», così il certaldese), ma a una vera e propria professione di fede. Non una confessione, dunque, ma la dichiarazione personale e pubblica di un credo. “Professione” viene dal supino professus del verbo latino profiteor a sua volta composto di pro (“avanti”) e fateor (“dichiarare”). È cioè qualcosa di individuale, a differenza della confessione di fede che ha il prefisso cum (= con, insieme).

L’Amore esige, perciò, prima di tutto devozione, e sin dal primo istante. Ma il punto è proprio… quel punto che me ne richiama alla mente un altro, ancor più celebre, che vinse e avvinse i più famosi amanti della Storia: Francesca e Paolo:

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Dante avrebbe potuto usare il termine “passo”, riferendosi alla pagina del Lancillotto di Chrétien de Troyes; Francesca invece richiama dolorosamente alla memoria la sua storia terrena, soffermandosi esattamente sul “punto”, sull’istante temporale nel quale la sua resistenza e quella del suo amante cedettero al desiderio. Tutto il racconto del momento fatale è condensato, così, in un verso e in un attimo che è sineddoche di una storia. Accade così nel colpo di fulmine, che è tale perché siamo disposti a vederci concentrato tutto il destino. Il punto in cui un solo sguardo, come quello di Francesco che in una chiesa di Avignone incrocia gli occhi di Laura, vale come conoscenza dell’Amore e riconoscimento, almeno parziale, di sé stesso.

Nella Divina Commedia, nel XXX del Paradiso, Dante userà anche di nuovo quella parola pronunciata da Francesca – “punto” – per riferirla però stavolta a sé stesso:

Non altrimenti il trïunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.

Nell’uno e nell’altro luogo è di un istante che si parla, il punto di una sconfitta al cospetto di Amore, il quale trionfa sulla volontà dell’individuo. Anche se nel secondo caso si tratta di un mutamento più sostanziale: il punto che “vince” la vista di Dante è l’amore di Dio che retrospettivamente illumina la natura fallace del primo.

Per Petrarca però non è così, lui vorrebbe convincersi che l’amor profano debba essere vinto da quello divino, ma proprio non ce la fa, sotto sotto non ci crede e intimamente sa che la sua è una forma di autoinganno perché dell’amore non è disposto a buttare niente. Nemmeno il dolore che può procurare, nemmeno l’illusione, nemmeno il desiderio non corrisposto. Chi ama è un privilegiato che partecipa di una condizione eccezionale, e poco importa la sofferenza perché l’amore perdona tutto ed è comunque il risarcimento di ogni pena. Un riscatto che impone un solo sentimento: la gratitudine che solo la preghiera sa esprimere. Si prega per ringraziare, non certo per chiedere, come insegna un altro Francesco, il poverello d’Assisi, col suo Cantico che tutto loda per il solo fatto che esiste. Che è quanto dovrebbe fare anche la Poesia, come diceva Auden: «la poesia può fare cento e una cosa, rallegrare, rattristare, turbare, divertire, istruire – può esprimere ogni possibile sfumatura di sentimento, e descrivere ogni immaginabile tipo di evento, ma c’è una cosa che tutta la poesia deve fare: lodare tutto quel che può per il fatto che è ed esiste». La poesia è perciò come la preghiera e la forma di quest’ultima è quella che si addice perciò meglio alla lode dell’amore e alla sua benedizione.

Ecco, qui finalmente Petrarca si affranca dall’ambigua dialettica che governa quell’imponente TAC del sentimento che è tutta l’opera, perennemente oscillante tra innamoramento e pentimento, e proclama fiduciosamente la celebrazione persino della voluttà del dolore:

et benedetto il primo dolce affanno / ch’i’ ebbi ad esser con Amor congiunto, / et l’arco, et le saette ond’i’ fui punto, / et le piaghe che ’nfin al cor mi vanno.

Non sono le parole di un uomo che è amato, ma quelle di chi ama e non è corrisposto e tuttavia benedice anche le lacrime che ha versato per amore, come intende con l’ossimorico “dolce affanno”. Dice anche un’altra cosa interessante: non vanno rimpiante le parole spese per chi si ama, anche se ci fa soffrire. Siano cioè benedette le tante parole che si dicono e si scrivono quando si vuol farne eco dei sentimenti, e con loro tutti i pensieri indirizzati verso chi tiranneggia la mente dell’amante:

Benedette le voci tante ch’io / chiamando il nome de mia donna ò sparte, / e i sospiri, et le lagrime, e ’l desio; / e benedette sian tutte le carte / ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio, / ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.

Nel professare la sua fede in Amore, Petrarca fa qualcosa di rivoluzionario che Dante trovava inconcepibile: proclama cioè la propria fede nelle «carte», vale a dire nella Letteratura. Il V canto dell’Inferno non parlava solo della passione tra Francesca e Paolo, ma soprattutto della scoperta dei rischi insiti in un certo tipo di lettura che induce lo straniamento, la confusione tra finzione e realtà: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse» è l’invito a diffidare delle seduzioni della parola scritta, di quella che René Girard definirà come “menzogna romantica”. Il Galeotto in questione è il siniscalco Galehaut che nel romanzo di Chrétien istiga spudoratamente il leale Lancillotto a dichiarare il suo amore a Ginevra e assiste al lungo bacio che la dama gli concede. «Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse» significa, nel linguaggio cortese ed elusivo di Francesca, che la Letteratura era stata la mezzana della rovina sua e di quella di Paolo. Che è agli antipodi di quanto pensa Petrarca quando ci fa intendere che il dono e la benedizione delle parole con cui si dice l’amore è esso stesso Amore.

Penso dunque amo (e aspetto)

Si fa presto a dire «vai dove ti porta il cuore», come se questo avesse una sua intelligenza, come se l’amore fosse un suo sentimento. Quando affermiamo di amare col cuore stiamo in realtà ammettendo che quanto ci detta è conseguenza di una mente offuscata. Si dovrebbe perciò dire «ti amo con tutta la mente» perché l’amore è, come la fede, itinerarium mentis. È della mente che ci si innamora e quando siamo innamorati prestiamo attenzione proprio a tutto quello che l’amato ci dice, alle sue idee, alle sue parole, le stesse che s’invischiano nella pece dell’indifferenza e della distrazione quando l’amore se ne va. Anzi, è proprio la morte dell’amore a svelare la sua natura di artificio tutto intellettuale, nel momento in cui l’oggetto del desiderio appare completamente diverso ai nostri occhi e si affaccia la fatidica domanda: «come ho fatto a innamorarmi di lui/lei?».

A riprova dell’ottundimento che ci avrebbe tolto la facoltà critica, ci accorgiamo, a quel punto, di cose che non avevamo notato o a cui non avevamo prestato attenzione, e vediamo unicamente proprio quei difetti la cui accettazione disinteressata ci era sembrata la prova tangibile dell’esistenza di un sentimento. Tutto ci appare allora come un inutile orpello – un naso più pronunciato, un modo di pettinarsi, un modo di ridere o di parlare – la manifestazione sensibile ed esteriore di un soggetto anodino, uno di quelli che non ti soffermeresti a guardare nemmeno se ti passasse davanti mille volte. E i giudizi su chi ci è venuto definitivamente a noia diventano delle stilettate gratuite, delle ferite minuziosamente inferte per rendere più dolorosa l’agonia. Tutto finisce con l’irritare e monta un desiderio di rivalsa, un risentimento che si esprime in un’altra frase topica: «mi hai tolto gli anni migliori della vita»: la sensazione cioè di essere stati espropriati del Tempo, come se quell’equazione astrale a cui avevamo concesso il credito di essere definito destino, in altre circostanze ci avrebbe garantito qualcosa di meglio dell’accidente che ci è invece capitato. E tutto quanto l’ha preceduto allora cosa sarebbe, se non un’artificiosa simulazione di felicità?

Tutto nell’amore sembra essere una costruzione della mente, qualcosa che esige una regia – e insieme ad essa la scenografia, i costumi, la musica, il montaggio -, dal momento in cui si manifesta, nel tempo della seduzione, al momento in cui finisce, risucchiato nel gorgo dell’indifferenza o della gelosia, dell’abbandono o delle recriminazioni. Ogni coppia di amanti ha le proprie frasi memorabili, le proprie canzoni, i propri luoghi del cuore ed è regia la selezione delle frasi da rivolgere a chi si è scelto di fare oggetto d’amore, la colonna sonora che sostiene la storia, il set del primo appuntamento o dei successivi convegni amorosi, la deliberata topografia che si vuole strappare alla contingenza per renderla memorabile, l’altare di una memoria da consacrare a un’illusione di eterno.

La Letteratura tutta, a pensarci bene, assomiglia al lungo marciapiede di una stazione su cui gli astanti sembrano ritrovarsi solo per aspettare un treno che non si sa mai se passerà: aspetta il Giobbe dell’Antico Testamento come pure Abramo; aspettano Penelope come Vladimir ed Estragon di Aspettando Godot; aspetta lo scrivano Bartleby come il rêveur di Rua dos Douradores Bernardo Soares; Renzo e Lucia come il kafkiano Joseph K.; aspettano i militari della Fortezza Bastiani come i commensali dell’Angelo sterminatore di Bunuel; Hans Castorp nel sanatorio di Davors della Montagna incantata come il reduce nel sanatorio della Rocca di Diceria dell’untore. Il catalogo è sterminato e non ci provo nemmeno a compilarlo.

E l’amore dov’è? Dove si rintana? Dove lo si aspetta? Ancora una volta nella mente, e il suo tempo è un tempo sospeso, quello dell’attesa dell’altro (la puntualità, da sempre, è ampiamente sopravvalutata come sanno bene i ritardatari). Ci vuole talento ad aspettare, a saper riconoscere che non si può fare la propria felicità da soli. Lungi dall’essere una bolla vuota, un fastidioso incidente, essa è azione e sentimento. Prendi Gabriel Garcia Marquez che della regia dell’attesa ne ha fatta una poetica. Prendi anche solo quel catalogo postmoderno di tutti i possibili volti dell’amore che è L’amore ai tempi del colera in cui il malinconico Florentino Ariza sa aspettare cinquantatrè anni sette mesi e undici giorni la sua bellissima, altera, testarda e orgogliosa Fermina Daza, senza un solo attimo di cedimento o di resa: un’iperbolica tregua dei sensi che il paradossale lieto fine saprà però premiare.

L’attesa è l’essenza stessa dell’amore, il momento immobile e fondativo in cui l’innamorato riconosce sé stesso in quanto tale proprio perché sa aspettare. E si può aspettare in mille modi, assoluti e contingenti, ma in ognuno di essi è come se si producesse un ipnosi del desiderio che pietrifica e incanta, costringe alla paralisi senza che se ne conosca realmente il motivo. Ciò non ha nulla a che vedere con la passività, anzi. L’innamorato che aspetta si trova in uno stato di vigile attenzione che amplifica a dismisura la propria capacità percettiva, lo rende immobilmente inquieto: leone e gufo. Come il leone, patisce le sbarre della gabbia che lo rinchiude (“sentirsi un leone in gabbia” è espressione che dà il senso dell’irrequietezza dell’attesa e della prigionia d’amore), come il gufo, immobile sul ramo, non cessa un attimo di spiare, non visto, nell’oscurità. Al contrario, chi è atteso sa di esercitare più o meno consapevolmente una forma di dominio e si trova nella condizione di essere padrone del tempo, di poterlo orchestrare a suo piacimento, di realizzare così la dipendenza amorosa.

Chi aspetta, infatti, non vuole recidere il filo che lo tiene legato all’oggetto d’amore, la sua attesa è la consapevole strategia di chi si vuole assoggettare alla persona amata. La tipica promessa di fedeltà che si pronuncia con le parole «ti amerò per sempre» non è che la dichiarazione di resa dell’amante che mette la propria vita nelle mani dell’amato/a e gli/le assegna il ruolo di giudice e sentinella della propria libertà. Chi aspetta è in uno stato di sévrage, bellissima parola francese con cui si indicano due cose diverse, ma analoghe: lo svezzamento dal seno materno che è il primo vero distacco dalla madre, e il percorso di disintossicazione del drogato. L’attesa è la sorte che si riserva ai più deboli, agli ultimi, a coloro che sono spossessati del potere di agire, di fare accadere qualcosa attraverso il poco che resta alla loro facoltà di operare. Chi aspetta è l’impotente passeggero, non certo il pilota; la famiglia del paziente non certo il chirurgo, l’accusato che attende il verdetto non il giudice, il detenuto in attesa di scarcerazione non la guardia, lo studente che deve fare l’esame non il professore. Aspettare è lasciare agli altri, e a volte solo al tempo, il potere di cambiare le cose.

Nella sua Dialettica della durata, Gaston Bachelard dice una cosa bellissima sostenendo che l’attesa è come uno straordinario fertilizzante dell’immaginazione che può restituire il fascino della novità al più resistente dei fedeli d’amore. E dice che basta aspettare «nella più folle delle inquietudini, affinché ciò che tarda appaia d’improvviso più bello, più certo, più attraente. L’attesa, scavando il tempo, rende l’amore più profondo. Essa colloca l’amore più costante nella dialettica degli istanti e degli intervalli. Rende a un amore fedele il fascino della novità. Allora gli eventi ansiosamente attesi si fissano nella memoria; assumono un senso nella nostra vita».

Cosa si aspetta? Segni, segni di qualsiasi tipo. Segni che trasformano l’innamorato nel «semiologo selvaggio allo stato puro» di cui parla Barthes. Segni che dimostrano che l’amore non è affatto cieco, anzi, ci vede benissimo. Segni sul viso dell’altro, nei gesti, nei comportamenti, nei silenzi come nelle parole. Segni che tuttavia si sottraggono a univoche decifrazioni e che fanno dell’attesa amorosa un’esperienza psicotica: «cosa può significare?»; «è a me che si sta rivolgendo?». E anche se l’amato non sta mandando in realtà alcun segno, chi aspetta se li inventa perché non può farne a meno, perché in assenza di essi la sua unica speranza è quella di prolungare proprio l’attesa.

Si dirà: e se chi aspettiamo non arriverà mai? Se alla fermata d’autobus della vita non troviamo la nostra Fermina Daza ad aspettarci? Pazienza: l’attesa si deve saper assaporare, hai voglia di “ingannare l’attesa”, di eluderla in modo nevrotico ed estenuante, riempiendo il tempo di contrattempi che servono solo a distrarti. Lei è lì ad aspettarti e soprattutto a non farsi ingannare da te.