Promenade lentinese

Se una mattina d’inverno un viaggiatore percorresse la Piana di Catania, sulla rotta che conduce, tra l’altro, a un esotico quanto disagevole biviere, alle porte di Lentini non troverebbe un’insegna che dica della città di Gorgia e del notaro Giacomo, ma una segnaletica che la denomina “città delle arance”, che è cosa quanto meno bizzarra.

Ma come? Qui è nata la filosofia dei miei amati sofisti, qui si è dettato l’Abc della poesia italiana e a costituire vanto locale dovrebbero essere gli agrumi?!? Peraltro – è bene dirlo – si tratta di un primato ortofrutticolo ormai conteso e vinto a mani basse da altri centri (e ancor più che dalle limitrofe Carlentini e Francofonte, da Scordia e Palagonia über alles). Pare, insomma, che Lentini sia destinata ormai ad abdicare dal rango di sovrana dell’agrumario, per via del fatto che il sistema di terrazzamenti che caratterizza le sue piantagioni risulterebbe poco funzionale e redditizio, obbligando a una più dispendiosa raccolta manuale anziché meccanica. Almeno così mi spiegherà, durante la mia visita, la guida che mi attende in città. Sarà?

E del celeberrimo pani ri Lintini? – mi viene da chiedere. Anche in quel caso problemi, dal momento che i forni diminuiscono e non ci si preoccupa più di tanto di tutelare il prodotto, come si fa con i vini o i formaggi a marchio dop. Bisogna decisamente puntare su qualcos’altro allora. Tornare magari alla storia della città, sí, perché di Storia e microstorie ce ne sarebbero tante da raccontare. A partire da quelle che ruotano attorno ai figli più o meno illustri della città: il pop-filosofo Manlio Sgalambro («la Yoko Ono di Battiato» è battuta di Aldo Busi tanto ingenerosa quanto divertente); l’antilirico scrittore (lentinese d’adozione) Sebastiano Addamo, l’autore dell’antibrancatiano e antipattiano Giudizio della sera; il musicista Alfio Antico, autentico profeta e mistico della tammorra e del tamburo a cornice. Per finire con le vite degli uomini ignoti, quei tipi di paese la cui semplice e nuda onomastica è già garanzia di storytelling: Cirino 10 e 10, Filippo cca gavetta, Paolo a pupa, Turi Marlboro…

Per fortuna, arrivo in centro quella mezz’ora prima (ma era tutto calcolato) che mi serve per fare colazione al bar Navarria, gloria locale dell’arte pasticciera, special one del catering indigeno. Di suo il locale è piuttosto ordinario, come se ne vedono tanti nei paesi, anche un po’ triste nei suoi arredi dozzinali e timidamente vintage, ma poco importa perché bastano i suoi dolci per dislocarti, come le pilloline rosse e blu di Matrix, in un altrove glicemico. Il banconista-Morpheus mi porge, nella fattispecie, una raviola di ricotta al forno che è piuttosto una nuvola di ovatta edibile che non ti verrebbe nemmeno di morderla per non farle un torto, ma piuttosto di usarla sul corpo come si userebbe una spugna, tanto è morbida e pura con la sua gentile anima casearia.

Piazza Dante Alighieri (Lentini)

Il tempo di tornare in me e di spolverarmi il giaccone innevato di zucchero a velo e realizzo che devo raggiungere il luogo dell’appuntamento con la guida, ma quel che mi accade mi fa venire il dubbio di essere ancora in una realtà parallela. Non provate, infatti, a chiedere a un lentinese dove sia piazza Dante Alighieri, semplicemente perché non lo sa; la conferma statistica me l’ha data l’avere inutilmente cercato di ottenere l’informazione topografica interpellando quattro persone in venti metri e ricevendo, nell’ordine, le seguenti riposte: a) non so, entri in farmacia e chieda; b) non so, chieda al calzolaio qui di fronte; c) non so, non sono di qua (detto da una distinta signora che usciva dal portone di casa sua; d) aspetti, cerco su Google Maps…. no, no, se esiste, non è a Lentini.

Per fortuna, il mio spaesamento viene avvertito da un giovane che, vedendomi confuso e disorientato come John Travolta in un famoso meme da Pulp Fiction, precetta i passanti di via Conte Alaimo per aiutarmi.

Potenza dell’accoglienza, tutti gli astanti convengono che ciò che ho ingenuamente indicato con il toponimo ufficiale altro non è che il quartiere Badia, distante non più di 50 metri. «Acchianassi ddi duocu, allatu ra posta, e arrivau» [«Percorra in salita tutta la scalinata adiacente all’ufficio postale e se lo ritroverà davanti agli occhi»], mi dice il buon uomo nel suo colorito argot e così m’incammino.

Da lì in poi, avrei scoperto parecchie cose interessanti e, per esempio, che lungo via San Francesco, pur tra tante cose pregevoli (la chiesa monumentale della SS. Trinità, per dirne una, o palazzo dei Beneventano della Corte con il monastero superiore) si trova quello che forse è il più brutto affresco al mondo di San Francesco, ritratto con la testa che sembra decollata come quella di San Giovanni e nell’atto di mimare con pollici e indici un cuore, come farebbe il teenager di un romanzo di Federico Moccia.

Alcune cose mi sono però chiare e cioè che a Lentini l’intitolazione delle chiese non è stata mai cosa pacifica e che, se non proprio di guerre di santi parliamo, di sicuro più di una contesa ha fatto sì che gli edifici di culto cambiassero nome nei secoli e che, per esempio, alla Santissima Trinità si sia sentito il bisogno di affiancare anche il nome di San Marziano che fu il primo vescovo di Siracusa. Come se il PSG sentisse il dovere di schierare, accanto al tridente Messi-Mbappé-Neymar, anche Bernardeschi. «Non ti disunire», direbbe l’Antonio Capuano di È stata la mano di Dio: è una cosa inutile, almeno quanto il film di Sorrentino.

San Mercurio (Lentini, Chiesa della Fontana)

Da lì muovendo, si giunge all’ottocentesco santuario diocesano della Chiesa della Fontana. O dei Tre Santi. O di San Mercurio (sempre per la smania intitolatoria di cui prima). È il sito in cui sarebbe avvenuto il martirio dei tre fratelli protettori della città, Alfio Filadelfo e Cirino che vantano, fino a Messina, un nutrito palmarès di luoghi a loro dedicati. Tre sono le curiosità principali del luogo come i pozzi che, narra la leggenda, si aprirono quando al maggiore, Alfio, fu tagliata la lingua per punirlo della sua predicazione. Gettata via, cadde rimbalzando ben tre volte, non so per quale curioso fenomeno fisico-dinamico, scavando altrettante pozze da cui ancora oggi sgorga acqua. Il suo livello si mantiene bassissimo tutto l’anno, e si innalza nei giorni di maggio in cui ricorrono i festeggiamenti dei martiri. Più che il miracolo possono, verosimilmente, i cambiamenti climatici e le variazioni stagionali dei livelli delle acque fluviali, ma le credenze popolari sono sicuramente più affascinanti e suggestive.

Lo è un po’ meno la storia che ci racconta lo zelante custode che ci apre una delle botole che coprono i pozzi, operazione che, a suo dire, gli è costata nel tempo la perdita: di un berretto, di un paio di occhiali e di un cellulare. Caso vuole che i locali vigili del fuoco pare siano particolarmente sensibili e servizievoli e si prestino perciò anche a interventi di recupero del genere. Quelli di Los Angeles, perciò, che vediamo nei film mentre recuperano con gran spiegamento di forze gattini sugli alberi si possono scansare. I pompieri lentinesi che non hanno le emergenze alluvionali dei colleghi catanesi, non temono concorrenza: arrivano, svuotano pozzi e recuperano oggetti smarriti.

L’altra curiosità sono le statue dei tre santi sull’altare maggiore praticamente gemelli all’apparenza, nonostante le differenti età. Li accomuna peraltro la medesima acconciatura in tinta, con uno spiazzante effetto Rocher dato dall’eccessiva doratura. Ma pare che l’intervento di restauro sia filologicamente corretto e coerente con l’usanza di esaltare gli effetti di brillantezza delle teste dei santi che simboleggiano la luminosità del sole. Vabbè…

E poi, mi sembra di poter attribuire a Lentini anche il primato dei santi dai nomi più inusuali: già Filadelfo e Cirino non mi paiono gettonatissimi tra le possibili prime scelte di neo-papà e neo-mamme, ma il culto locale imporrebbe di prendere in considerazione anche Tecla, Eutralia, Eutropia, Onesimo, e ancora Caritone, Neofito, Cleonico e Stratonico che sono più da onomastica dei super eroi della Marvel che da innocenti creature che se li dovrebbero portare appresso tutta la vita quei nomi.

La tappa successiva è quella obbligata, anche se non la ragione principale della mia escursione. Arrivati in piazza Umberto I, tocca al Duomo, già cattedrale in epoca bizantina e sede vescovile nel 1698, anch’esso rigorosamente con doppio passaporto: Santa Maria La Cava e Sant’Alfio. Dipendesse da me, propenderei per la Vergine vuoi perché una madonna “della Cava” ricorda anche le origini del sito, la particolare conformazione geofisica di tutta Lentini, città scavata nella roccia e ricca un tempo di cave e miniere, vuoi perché mi hanno sempre affascinato le varie ed estese denominazioni della Vergine: delle grazie, della lettera, della catena, del silenzio, della roccia, della scala, della castagna, della corona, della sciara e chi più ne ha più ne metta. Non suoni irriverente, ma qualcuno ha mai pensato di contattare la Panini per farne un album di figurine da diffondere nelle parrocchie ad uso e consumo dei catechisti? Vuoi infine per quel che di ingiusto trovo nell’intitolare il principale luogo di culto al solo Alfio, il cui destino fu così strettamente legato a quello dei fratelli minori esclusi. Cui prodest?

La chiesa vale una visita non distratta, per le tante sorprese che riserva: l’icona bizantina della Madonna del Castello; la statua della Madonna della Catena in alabastro; i tre arcosoli paleocristiani, i sepolcri dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino; il Fonte dei Mesi; le tele lungo le navate; la sagrestia con i tesori.

Solo il putridarium mi sarei risparmiato, a pensarci bene, perché la sua descrizione mi ha “riproposto” la raviola della colazione. Trattasi di un ambiente funerario provvisorio, una cripta, presente nella quasi totalità delle chiese del territorio e in cui i cadaveri venivano messi a scolare i liquami della putrefazione, seduti su sedili dentro nicchie, fino a quando i resti scheletrici potevano essere spostati nell’ossario e il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, posizionato su mensole. Il modificarsi dell’aspetto esteriore per via del disfacimento della carne fino alla completa liberazione che rendeva visibile le ossa (simbolo di purezza) rappresentava visivamente i diversi stadi di dolorosa purificazione affrontata dall’anima nel suo viaggio verso l’eternità. Pratica antigienica come poche nella storia dell’uomo e infatti abolita, a partire dagli inizi dell’Ottocento.

L’ex pretura di Lentini dove ebbe il suo primo incarico Giovanni Falcone

L’ultima tappa, la più emozionante, richiede tempi lunghi e scarpe comode. Già la via che conduce alla Chiesa del Crocifisso, un santuario rupestre risalente al XII secolo, riserva anch’essa qualche curiosità e tanto per dirne una la sede dell’ex pretura, la stessa in cui Giovanni Falcone ebbe il suo primo incarico. Non so come siano messe le casse del Comune, ma qualora non si trovassero cinquanta euro per una targa in ottone, sono disposto a metterceli di tasca. Perché non capisco come non ci sia casa di cui non si ricordi, per dirne una, che lì ha dormito Garibaldi, e non si debba trovare il tempo e il modo di richiamare alla mente del passante il posto in cui ha lavorato un uomo che non avrà forse il blasone di sant’Alfio, ma in quanto a martirio non è stato da meno.

Inerpicandosi lento pede si incontra pure una carbonaia, niente di che, ma non ne avevo mai vista una prima e perciò mi ha incuriosito, ma di fronte si può ammirare il bellissimo panorama di valle San Mauro, l’agorà di Lentini con la sua Acropoli, di fronte al sontuoso scenario dell’Etna. Pare che ci sia parecchio da scavare ancora, ma ci si aspettano tante sorprese dagli Indiana Jones nostrani, non ultimo il rinvenimento di un anfiteatro.

La chiesa rupestre di Santa Maria della Grotta (poi del Crocifisso) è un luogo del cuore, censito dal FAI, recuperato tre anni fa con tanta buona volontà, dopo essere stato devastato e vandalizzato a più riprese, un posto in cui mi piacerebbe tornare da solo per pensare, farmi invadere dal silenzio, dalla memoria, una grotta che doveva sembrare di grande suggestione per chi ebbe nei secoli passati il privilegio di ammirarla ammirare tutta affrescata. Lì dove sorgeva la città greca di Leontinoi, affacciata sulla Cava Ruccia che guarda il vulcano, si respira una spiritualità antica e solenne. È un’emozione grande che ti pervade dentro l’Oratorium populi in cui s’intravedono tre strati di affreschi sovrapposti che sono l’obiettivo principale degli interventi di restauro in corso. Resta poco, ma quel che resta è di grande forza evocativa, un palinsesto storico-artistico che recupera l’iconografia bizantina, con l’abside che raffigura il Cristo Pantocratore, assiso su un trono imperiale attorniato da quattro cherubini. Questa è l’unica immagine che non si può fotografare, ma tutto attorno se ne conservano altre, oltre a un affresco con la Madonna del Latte, e soprattutto cinque icone, distinte da cornici rosse e bianche: Elisabetta, un Leonardo con la barba alla Gianluca Vacchi, un Giovanni Battista con i dread da rasta, Nicola e Stefano. Fortuna volle che due settimane fa, nella parete opposta a quella in cui si intravede appena una Crocifissione, sia stata ripristinata una bellissima Deposizione di Cristo che era stata staccata ed esposta all’interno del Museo Archeologico di Lentini e che si può ora ammirare restaurata.

Mi basta così per ora. Chi non avesse ginocchia malferme come le mie potrebbe tranquillamente pensare di estendere la visita all’area archeologica del Castellaccio. Ti prende almeno un paio d’ore per raggiungerla e percorrerla, fino a tornare al punto di partenza, quella piazza Dante che i lentinesi conoscono come ‘a Badia da cui ebbe inizio il sabato che ho testé riassunto. Ma non amo molto la bulimia turistica e rimando perciò ad altra occasione il mio supplemento d’indagine.