La coscienza del lupo

Povero lupo! Vituperato oltremodo tra tutte le bestie. Reietto delle favole, per colpa di Esopo e La Fontaine, dove fa strame a tre a tre di porcellini e non mostra pietà per nonne e bambine, non se la passa meglio nei poemi dov’è il precipitato dei peggiori vizi. Dante, per dirne una, ne fa il simbolo della rabbiosa e peggiore cupidigia che distrugge alle fondamenta la società: il male dei mali. Nei bestiari tardoantichi e medievali si legge che il suo nome deriva da leo-pus, per il fatto di avere, come il leone, grande forza nei piedi per cui tutto ciò che schiaccia non sopravvive. E la credenza popolare gli assegna il potere di far perdere la forza di parlare all’uomo che si accorge della sua presenza solo dopo che il lupo per primo lo ha visto, da cui il fatto che dinanzi a un silenzio improvviso si dica «lupus in fabula». Per estensione, persino un comunissimo pesce come la spigola viene detto pesce lupo, per la sua voracità e la sua furbizia perché quando viene circondato da una rete solca la sabbia con la coda, così si sottrae alla vista e sguscia via. Per analogo motivo (ma sessuale, Verga docet) vengono chiamate lupe le prostitute che dilapidano gli averi dei loro amanti.

Di questa versione zaurda del cane, con cui pure fa coppia, si pensava che a volte si nutrisse della preda, a volte della terra, talora del vento e che la femmina partorisse i suoi cuccioli solo nel mese di maggio, quando inizia a tuonare. Che astuta e senza scrupoli, si aggira di notte tra gli ovili come un cane mansueto, andando controvento per evitare che accidentalmente i cani sentano l’odore del suo fiato e sveglino i pastori. E se fa rumore con una zampa calpestando un ramo o altro, punisce la zampa con un morso. E si credeva che nella coda di questo animale ci fosse un pelo piccolissimo con poteri afrodisiaci, che la fiera era pronta a strapparsi via a morsi se temeva di essere catturata, neutralizzando così la sua efficacia.

Per il cattolico è figura del diavolo perché è un ovile la Chiesa dei fedeli tra cui si aggira per uccidere e dannare le loro anime. Il fatto poi che partorisca al primo tuono del mese di maggio, significa che il diavolo cadde giù dal cielo al primo slancio di superbia. Inoltre il fatto che abbia forza nelle membra anteriori e non in quelle posteriori significa che il diavolo prima era un angelo di luce in cielo, mentre adesso è diventato un apostata giù in basso. I suoi occhi brillano nella notte come lampade perché a chi è cieco e vano certe opere del diavolo sembrano belle e salutari. Quando partorisce i cuccioli non cattura la preda se non in luoghi lontani, perché il diavolo li nutre con beni mondani, sicuro che ne pagheranno il fio insieme a lui nelle prigioni della Gehenna. Inoltre perseguita particolarmente chi si è allontanato da lui grazie alle opere buone, come si legge riguardo al beato Giobbe, al quale tolse tutti gli averi e anche i figli e le figlie perché il suo cuore rinunciasse al Signore. Il fatto che non riesca mai a piegare il collo all’indietro senza girare tutto il corpo significa che il diavolo non si piega mai alla correzione del pentimento.

Perseverante nel vizio (anche se dovesse perdere il pelo), pericoloso e violento, spietato con i deboli, vorace, infìdo, fedele solo ai suoi simili («lupo non mangia lupo»), correlativo oggettivo anche delle avverse condizioni climatiche (il classico “tempo da lupi”). Forse è un po’ eccessivo far portare il peso di tante nefandezze a una povera bestia che i puri di cuore come Francesco d’Assisi riconoscevano invece capace di mansuetudine. Non mancano certo accezioni più tolleranti ed è vero che, per ogni persona esperta e consumata che conosce il mondo e che pertanto sarà vecchio lupo, un accorto e pratico marinaio sarà anche detto lupo di mare.

Ma «è la somma che fa il totale» – direbbe Totò – e allora «Taci, maladetto lupo! / Consuma dentro te con la tua rabbia» (ancora Dante), «a noi, greggi inutili e malnati posti l’uno dentro l’altro, muniti di punte metal­ inutili e malnati, / ha dato [Dio] per guardian lupi arrabbiati: a cui non par ch’abbi’ a bastar lor fame, / ch’abbi’ il lor ventre a capir tanta carne; / e chiaman lupi di più ingorde brame / da boschi oltramontani a divorarne» (Ariosto). Dalli al lupo e pure al suo umano travestimento cioè il licantropo. E giù allora con le maledizioni – «ti pigli il lupo»; «che tu sia il pan dei lupi» – e persino quando usato in senso beneaugurante con funzione apotropaica – «in bocca al lupo» – siamo talmente adusi a percepirlo come una minaccia che rispondiamo augurandogli la morte – «crepi», sottinteso il lupo – travisando con ciò il senso dell’espressione che allude all’istinto protettivo della lupa che, di fronte a un pericolo, protegge i suoi piccoli afferrandoli per la bocca e portandoli nella tana.

Tra le sue possibili nature che gli si assegnano, però, quella che mi ha sempre colpito e spesso anche divertito per la sua convincente semantica, gli assegna persino una coscienza: «U lupu di mala cuscienza comu opira penza», si dice dalle mie parti. Il lupo che ha la coscienza sporca, agisce così come pensa. Cioè con malizia, facendo lui per primo ciò che di cui ammonisce gli altri. Una coscienza, capite? Più forte dell’istinto animale. Una consapevolezza, cioè, soggettiva delle proprie idee, sentimenti, volizioni, che lo porta a pensar male e a non fidarsi degli altri proprio perché li giudica col suo stesso metro, essendo lui peggiore di loro. Come esseri umani, insomma, siamo esattamente così come giudichiamo, a volte seduttivi altre maliziosi. Che è come dire in malafede, con la coscienza cioè di affermare il falso agendo in modo diverso dalle proprie convinzioni. Ma questa è qualità affatto biasimevole che non appartiene ai lupi bensì agli uomini, loro sì – da Plauto ad Hobbes – lupi ad altri uomini. E in fin dei conti, dunque, peggiori dei lupi.

Pupi e paladini

Il dittatore dello stato libero di Bananas sbarca in Sicilia, tra Taormina e Siracusa. Trova porti aperti, anzi spalancati, ma ad attenderlo ci sono siciliani incazzati che, all’esibizione delle sue tronfie e ipocrite pose da conquistador, preferiscono lo sberleffo di chi non ha dimenticato come, non molto tempo fa, il pupo padano avesse auspicato per loro igieniche abluzioni nella lava dell’Etna.

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E reagiscono. Nel modo che più è loro congeniale. Col furore e col riso, gridando la loro rabbia senza però perdere mai il sanguigno senso dell’umorismo che li connota. Come quel ragazzo livido in volto che, sulla spiaggia di Letojanni gli urla contro “si fussi na palumma, ti cacassi nta testa” (trad.: se fossi una colomba, depositerei le mie deiezioni sul tuo capo) o quel vecchietto grondante di sudore che nella piazza Duomo di Catania lo apostrofa con un liberatorio “mi facisti peddiri na jurnata ‘i mari ppi mannariti affanculu” (trad.: mi hai rovinato una giornata che avrei potuto trascorrere coi miei cari, al sole, in riva al mare, costringendomi a venire fin qui per dirti tutto il mio bisogno di mandarti a far visita a quel paese dove il sole invece non batte).

C’è del disperato e dell’esilarante in questa attitudine tragicomica del siciliano, e non si capisce se non si conosce la maschera di un attore, quell’Angelo Musco musco 2in cui si era riflessa storicamente la faccia appassionata e un po’ convenzionale della Sicilia che era stata già del grande Giovanni Grasso. E con essa il retaggio dell’opera dei pupi in cui la povera gente proiettò per anni il proprio bisogno d’evasione da una realtà che non  appaga. Commedia e tragedia, dunque. L’anima del siciliano che si rivela sempre estrema e contraddittoria: ora servile Proteo che sopporta le ferite della Storia e dei regnanti, ora paladino che si riscatta attraverso il riso gioioso, rituale, isterico, che non ha nulla a che vedere con la comicità, ma sale dal basso, si oppone al «serio», come il riso di Aristofane o di Rabelais, di Shakespeare o di Gogol, ed esprime la protesta di coloro che non hanno voce. Diceva Pirandello, parlando di Verga, che “tutti i siciliani in fondo sono tristi perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita”, volendo significare che essi avvertono intensamente quel contrasto tra un animo naturalmente chiuso e diffidente e una Natura “intorno, aperta, chiara di sole”, che acceca fino a togliere la capacità di vedere rivelando in ogni gesto e in ogni parola un “dolore spesso disperato”. E nel senso del tragico dei siciliani si stratificano generazioni ribollenti di collere antigovernative, di disperati e astratti furori ma anche, purtroppo, di altrettanto repentine e umilianti sottomissioni. Un temperamento che sembrerebbe ardente e rivoluzionario (basti pensare ai Vespri e ai Fasci del ’39 o alla rivolta delle plebi oppresse di Bronte contro i galantuomini e i cappelli, di cui parla Verga in Libertà) ma continuamente smentito dalla Storia, dall’oppressione di un passato feudale e conformista, dal peccato originale di una vocazione reazionaria di cui non ci si è mai liberati.

Scriveva il siracusano Sebastiano Aglianò che è difficile incontrare in Sicilia personalità complete e riposanti, vale a dire uomini sicuri di una pace interiore, sicché anche l’umorismo siciliano ha qualcosa di nervoso o di amaro. I siciliani sono, infatti, da sempre avvezzi a un senso luttuoso dell’esistenza, ma fra il tragico e l’idillico, che sono i due veri poli dell’anima isolana, si insinua di tanto in tanto un temperato umorismo che facilmente si esaspera in grottesco e che raramente è derisione – e difatti il siciliano sa essere auto-ironico – piuttosto è espressione di benevolenza, percezione di armonia, sentimento di espansione vitale. Una siffatta implicazione vitalistica – cioè l’istinto insopprimibile di riaffermare, periodicamente e simbolicamente, il “principio del piacere” sul “principio della realtà”, unita allo spirito mistificatorio, alla spiccatissima vocazione teatrale del siciliano, spiega quel tanto di profano e di carnevalesco che affiora anche nelle manifestazioni più autentiche del sentimento religioso; IMG_8103aabasterebbe assistere almeno una volta a una processione di S. Agata o a un festino di S. Rosalia per rendersene conto. Quello stesso sentimento della vita, che certo non ignora la dimensione ludica e festiva, gioiosa e sensuale, quasi sempre nasconde, infine, un risvolto malinconico e acre, luttuoso e tragico: l’anima del tragidiaturi, vale a dire colui nel quale prevale la “scienza del peggio”, una visione delle cose risentita e perplessa e che ritorna, più o meno invariata, nei principali esponenti della letteratura isolana, da Verga a Pirandello, da Brancati a Lampedusa. Ma chi capì meglio il modo di esprimere la malinconica apatia e la solare seduzione di questa natura fu forse Nino Martoglio quando cercò di dar vita a un teatro diverso da quello portato in giro da Giovanni Grasso: non più drammi truculenti di gelosia e di sangue, ma opere originali in cui il comico si mescolasse col tragico e tutti gli aspetti della realtà fossero fedelmente riprodotti. Perché un’operazione del genere avesse successo occorreva un grande attore che con la voce, i gesti, la mimica del volto, fosse in grado di passare subitaneamen­te dalle lacrime al riso: e quest’attore fu appunto Angelo Musco.

Nella sua comicità, come scrisse Sciascia, c’era “come un margine di intraducibilità; un mar­gine che si restringe e quasi scompare […] per una eclatante vitalità, per il suo assommare e sintetizzare il comico della vita così come Giovanni Grasso, in un teatro di Odessa, parve al giovane Isaac Babel assommarne e sintetizzarne il tragico”.

L’altro Verga. Letture e commenti

Giovanni Verga è l’autore che la manualistica scolastica ha ormai fissato nella forma dello scrittore oggettivo e impersonale, l’apostolo di quella letteratura che si definisce “verista”. Ma c’è anche una diversa declinazione, più intima e inquieta, di quella fortunata stagione artistica, una produzione narrativa che il maestro catanese seppe interpretare con la stessa maestria dimostrata nei capolavori o nelle opere che trovano accoglienza più favorevole all’interno delle antologie. Che persino nel racconto naturalista si possano percepire vibrazioni eterogenee – di natura lirica, simbolista o spiritualista – e possa trovar posto il linguaggio dell’interiorità che fluisce parallelo a quello neutro e positivista della scrittura documentaria, è un dato critico su cui varrà sempre più la pena ritornare. Del resto, la novellistica verghiana funziona anche come laboratorio stilistico, almeno all’altezza delle Rusticane, in cui lo scrittore catanese sperimentava soluzioni espressive che andavano nella direzione dell’approfondimento psicologico, oltre che di quello storico e sociale.

Ed è proprio con l’intento di far conoscere anche l’altro Verga che la Fondazione a lui intitolata ha organizzato presso la propria sede, in via S. Agata, un ciclo di letture per voci recitanti e musica, coordinate dal regista Ezio Donato e arricchite dal commento di studiosi di vari ambiti disciplinari: italianisti, linguisti, filologi, medici e sociologi. locandina_23_3_17_webIl primo degli incontri ha avuto luogo il 23 marzo 2017 ed è stato incentrato su Pane nero, una delle Novelle rusticane
che indagano con maggior crudezza l’asprezza dei rapporti umani dominati da spietate logiche socio-economiche, quel motivo della necessità materiale che stravolge i sentimenti più elementari e che si ritroverà nel Mastro don Gesualdo. A parlarne al pubblico sono stati, nell’occasione, il filologo Antonio Di Silvestro e lo storico Salvatore Adorno.

Nei successivi appuntamenti de L’altro Verga. Letture e commenti, saranno affrontate diverse tematiche: dalle patologie del desiderio che culminano nella violenza sessuale (Tentazione) alle esistenze condizionate dalle malattie (Il canarino del n. 15), dal sessismo comportamentale e linguistico (La caccia al lupo) alla solitudine affettiva descritta dal Verga più sentimentale (Di là del mare). Ne discuteranno docenti dell’ateneo catanese come Rosa Maria Monastra e Rita Palidda, Margherita Verdirame e Mario Alberghina, Andrea Manganaro e Grazia Priulla, Gabriella Alfieri e Rosario Castelli. L’aspetto interessante dell’iniziativa sta però anche nell’esperienza di “ascolto” dei libri, oltre che in quella convenzionale della lettura, nella convinzione che proprio la dimensione performativa e quella dell’oralità forniscano suggestioni che ampliano il senso, contribuendo a una più efficace comprensione dell’autore.locandina_A3_web